sabato 31 gennaio 2015

Vincitore e vinti

L'ha fatto di nuovo. Ha spiazzato tutti, ha calato l'asso al momento giusto, soprattutto ha dimostrato doti di grande strategia politica, essendo uscito vincitore con una sola mossa perfetta da quello stesso Parlamento - stesso per traballante composizione e balzani umori - che seppellì Bersani alla prova delle elezione del Presidente e, contestualmente, archiviò definitivamente e nel peggiore dei modi la sua carriera politica. Comprensiva di tutte le ambizioni di cui era fatta.
Oggi, dall'elezione di Sergio Mattarella si evince un quadro chiarissimo e di univoca lettura, cosa rara, forse addirittura unica, in un paese in cui, in politica, tutti si dicono sempre vincitori ed il confine fra vittoria e sconfitta resta quasi sempre indeterminato e propizio a qualsiasi valutazione effimera e di parte. Oggi no, oggi la situazione è netta, anche per coloro che ancora non l'hanno capita, o fingono di non averlo fatto, e dunque si può riassumere così:

Vinti:
1- Grillo e M5S. La disastrosa conduzione di quest'ultima prova, ha certificato con estrema chiarezza, se ancora ce ne fosse bisogno, la loro sostanziale inutilità politica. L'isolamento autistico ed autoereferenziale in cui si sono volontariamente chiusi sin dall'inizio della loro avventura parlamentare, l'assenza di qualsiasi strategia politica unita alla evidente incapacità di elaborarne una, hanno prodotto soltanto il congelamento sterile dei voti - e sono tanti - e dunque degli elettori che dovrebbero rappresentare. Il balocco della consultazione popolare in Rete si è rotto per sua stessa intrinseca fragilità, la sola trovata di resuscitare fra i candidati Prodi, colui che ci portò dentro quell'euro dal quale i grillini vogliono uscire, ha testimoniato la pochezza di ragionamento, la debolezza fatale di un movimento che non ha teste pensanti ed ha esaurito la breve portata malpancista che lo aveva partorito. La discesa è già iniziata, le continue espulsioni, le scissioni avviate a livello territoriale, sono già in atto, ma ad oggi pare impensabile che si registri una ripresa in termini di credibilità politica per una forza che, fuori dall'urlo becero e dalla sparata populista, non ha saputo fin qui produrre una sola buona ragione della propria esistenza parlamentare.
2- dissidenti del Pd- i Kalimera Brothers cercavano il Papa straniero, senza aver mai capito di averlo già in casa. Come loro solito, hanno preso fischi per fiaschi, votando convinti Mattarella come prova vivente della fine dell'osceno Patto del Nazareno, oggetto dei loro incubi peggiori e delle loro presunte battaglie contro la deriva di destra a loro dire imposta da Renzi. Ora, da gente che non ne ha azzeccata una, e che coltiva da sempre una relazione stabile con la sconfitta, non si può pretendere una capacità anche basica di analisi politica, ma siccome qui siamo di buon cuore, gliela offriamo gratis al prossimo capoverso, sperando che impedisca loro di cadere dal pero al prossimo riprendere del patto per le riforme.
3- Berlusconi - Uno che non impara mai dai propri errori. Ha pensato di fare il furbo annunciando che la nomina del Presidente era compresa nel patto del Nazareno e non si è preoccupato della smentita - una, sola, secca - di Renzi. Ha creduto addirittura di poter recuperare l'antico rapporto di padronanza con senza quid Alfano, e di avere forza sufficiente a vincere una partita in cui, invece, ha sbagliato tutto sin dall'inizio. Dal primo grave errore, ovvero aver sottovalutato Renzi ed aver creduto che le divisioni interne al Pd fossero più gravi e soprattutto insuperabili di quelle di Forza Italia. Si è ritrovato col cerino in mano, il suo partito ancora più frammentato rispetto a pochi giorni prima, isolato in una debolezza che gli rende impossibile qualsiasi vera mossa ulteriore. Non può più andare all'opposizione, non sarebbe assolutamente credibile rispetto ad un Salvini che, comunque la si pensi sul personaggio, almeno ha tenuto ferma la sua posizione di avversità al governo Renzi. E non può uscire dal patto delle riforme detto Nazareno, perchè perderebbe l'ultima possibilità di ritagliarsi, almeno, un piccolo ruolo di padre della patria, sia pure all'ombra di Renzi. Non ha alternative, e chiunque pensi, dica e scriva che il patto del Nazareno è morto non sa quello che dice, oppure fa finta di non saperlo.
4- i luoghi comuni su Renzi. La lista è lunghissima: babbeo, ebetino, renzuschino, berluschino, ignorante, cazzaro, privo di idee, privo di strategie....continuate pure e scusate se ne manca qualcuno all'appello. La mossa perfetta, una ed una sola, con cui Renzi ha giocato e vinto la delicatissima partita del Quirinale, certo la prova più dura politicamente parlando, cui sia stato fin qui chiamato a rispondere, dimostra una volta per tutte come mai tutti coloro che, nel corso degli anni e nelle varie fasi della sua esperienza politica, lo hanno sottovalutato, sbeffeggiato e delegittimato con supponente spocchia, siamo stati tutti asfaltati da lui. Nessuno escluso.
Vincitore: uno solo, Matteo Renzi, naturalmente. Che ha capito perfettamente la lezione di due anni fa, che comportò la debacle finale di Bersani, e su quello ha ragionato. Proponendo un nome che mettesse tutti nelle condizioni di non poter non votarlo, invece di cadere nella solita trappola del candidato contro qualcuno ha cercato un candidato a favore di qualcosa, e su quello ha compattato tutti. Lucidamente consapevole che i dissidenti del Pd lo avrebbero votato pensando di fare uno sgarbo a Berlusconi; che il centrodestra si sarebbe ulteriormente spaccato ma mai allontanato troppo da lui, per l'intrinseca debolezza delle sue varie e velleitarie componenti; che nei confronti del paese, un Presidente costituzionalista in tempi di riforme istituzionali è davvero un garante degno di fiducia e di rispetto. Ha calcolato tutto, ha taciuto mentre impazzava il toto-nomi, ha smentito con i fatti la presunta intesa segreta del Nazareno, ed al momento giusto ha piazzato la mossa vincente, portando a casa la partita che non si esaurisce con l'elezione di Mattarella ma che certifica un risultato politico clamoroso. Una prova di lucidità e maturità che davvero richiama Machiavelli: golpe e lione, ovvero intelligenza e coraggio. Di questo tempi, uno così, ci serve davvero.

ChiBo

lunedì 26 gennaio 2015

Tsi-nistrati

A saperlo prima, ci saremmo dichiarati tutti greci già da mesi, evitando scontri politici accaniti quanto improduttivi, impasse parlamentari, minacce di scissioni e tutto l'armamentario che la "vera sinistra", quella irrimediabilmente affezionata alla sconfitta garantita, ha messo in campo dopo che alle elezioni del maggio scorso l'altra sinistra, quella inopinatamente finita in mano a Renzi, era invece riuscita clamorosamente a vincere, come mai prima nella propria storia. Una cosa inammissibile, perbacco, non si tradiscono così gloriose e consolidate tradizioni da perdenti.
E dunque, si sono alzate barricate da far invidia ai più ferventi giacobini, che mai ebbero fra le loro fila eroici combattenti del calibro di Mineo e Chiti, per dire, pronti ad immolarsi nella lotta per impedire l'abolizione del bicameralismo perfetto, e l'approvazione di una legge elettorale con soglia di sbarramento e premio di maggioranza, agitando impavidi la bandiera della democrazia in pericolo, minacciata addirittura nella sua stessa sopravvivenza. Intanto che altri giganti del pensiero politico, gente come Civati e Fassina, mica Cip e Ciop eh, denunciavano incessantemente l'orrido Patto del Nazareno per le riforme, e la coalizione di governo con un frammento di centrodestra, come prove sicure e certo scandalose di una deriva leaderista e fascista da contrastare con ogni mezzo.
Eppure, sarebbe bastato evocare Tsipras e la Grecia, possibilmente nella stessa frase, per evitare tutta questa agitazione; se a fine maggio, dopo il sonante risultato delle europee, Renzi avesse fondato la brigata Kalimera, invece di perder tempo ad abolire il Senato, per esempio, oggi dormirebbe fra due guanciali e certo si sarebbe risparmiato mesi di estenuanti diatribe sul nulla.
Perchè la Grecia è la soluzione, e Tsipras il suo profeta. La Grecia che ha un Parlamento monocamerale, una legge elettorale con soglia di sbarramento ed un premio di maggioranza che va al primo partito indipendentemente dalla percentuale di voti presa: ma tutto ciò è bellissimo, democraticissimo, anzi, ma vedi come si sono modernizzati 'sti greci, e non hanno neanche uno straccio di un Chiti a bastonarli perchè due camere sono necessarie - doppi servizi, inclusi, naturalmente.
E questo Tsipras, sì, che è un vero rivoluzionario, perbacco, dice che vuole cambiare verso all'Europa - ah vi sembra di averlo già sentito dire a qualcun altro?! Ma no, ma dai, magari in Italia avessimo uno così. Che vuole uscire dall'euro, ma anche no. Che vuole cancellare il debito, ma poi invece finirà per rinegoziarlo, che trascina le folle e governa da solo - chè leader, in greco, non è mica una parola che odora di fascsimo, per carità - anzi, no, fa l'accordo con la destra antieuropea, ma a questo proposito solo persone di provata e cieca malafede potrebbero sostenere che sia un governo con la destra, e per di più quella modello lepenista-salviniano che invece da noi sta all'opposizione, no, questo è un capolavoro di ingegneria  politica che rovescerà le sorti del mondo e traccerà una nuova via per il progresso di tutti noi.
Insomma, un trionfo, specie quando il consigliere economico di Tsipras ha dichiarato che vuol seguire il modello Renzi, ma questa frase è andato lost in translation nell'euforia dei festeggiamenti, figurarsi se Nichi, Pippo e Stefano, meglio noti come Kalimera's Brothers,  avrebbero mai fatto tanta strada per sostenere uno simile a quello che avevano già in casa loro senza peraltro esser riusciti a liberarsene.
No, la verità è che Tsipras è fortunato perchè gli accordi di Schengen non si applicano ai politici e vige ancora la regola che ognuno debba candidarsi in casa propria. Perchè se gli eroi della brigata Kalimera si fossero candidati con lui, il loro eroe avrebbe perso le elezioni clamorosamente ed ora si troverebbe costretto ad almeno due mesi di trattative in streaming con Civati a fare da pontiere. E da Kalimera a Kalispera, si sa, il passo è breve.

ChiBo  

lunedì 19 gennaio 2015

Cineserie

Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao, ed avrebbe dovuto aggiungere che anche nella testa dei cinesi le idee, tanto chiare, non sono. Come si è incaricato di ricordarci il Cinese di casa nostra, al secolo Sergio Cofferati, mettendo insieme un campionario di contraddizioni e paradossi di rara complessità persino per le travagliate e non di rado schizofreniche vicende della politica italiana. Oggetto di tanta sofferta analisi, le primarie.
Ora, facendo un passo indietro, bisogna fare un minimo di chiarezza prima di addentrarsi nello strascico dell'ultimo episodio, quello ligure, per ricordare qualche passaggio fondamentale degli ultimi tempi in termini di utilizzo e regole delle primarie che, da strumento formidabile per la crescita e la selezione dal basso di una nuova leva politica, spesso sono diventate invece un campo minato che ha messo a dura prova lo stesso principio democratico che rappresentano.
Il Pd ha il merito di averle introdotte, unica forza politica a farlo nel nostro paese dove regna sovrana la cooptazione sulla base di valutazioni che quasi mai hanno a che vedere con la qualità e molto invece con la subalternità ad un leader, ad una corrente, ad un sistema, ma a questo merito non ha mai voluto dare solide basi, facendo inizialmente ridicole consultazioni con un candidato unico, ovvero la negazione evidente del principio di scelta che muove le primarie, e poi spaventandosi moltissimo delle conseguenze del voto laddove, con fatica e molte lotte interne, si cominciavano ad avere primarie vere, il cui riusato finale andava sempre a danno del candidato ufficiale del partito e premiava puntualmente l'outsider di turno.
Cosa che, all'interno di un soggetto politico solido e strutturato avrebbe naturalmente indotto una sana ed approfondita riflessione su un paio di temi scottanti, ovvero come mai il nostro candidato non è mai quello in sintonia con il territorio, e perchè il nostro elettorato premia invece un outsider, dunque questo avrebbe comportato una analisi del criterio di scelta e valutazione dei propri rappresentanti che, a sua volta, avrebbe determinato un ragionevole e ragionato cambiamento del criterio suddetto. Naturalmente, nel Pd che solido e strutturato non è mai stato, e neanche si è mai avvicinato ad esserlo, si è invece avviato un percorso opposto, ovvero come mettere ogni genere di limitazioni e paletti alle velleità di un elettorato indisciplinato onde evitare il successo di outsider indesiderati e pericolosi, e mantenere così il controllo sui territori amorevolmente affidati, in misura diversa, agli esponenti della quarantina di correnti interne al partito, tutte felicemente aventi diritto al proprio piccolo o grande feudo elettorale. Dunque, al vanto del tutto sterile del "noi siamo gli unici a fare le primarie perchè siamo democratici", non solo non ha fatto seguito una operazione di consolidamento di questo strumento, ma anzi si è affermata una forma di negazione della stessa libertà di scelta che ne costituisce il valore originario.
Emblematiche in questo senso, le primarie per il candidato Premier che videro battersi due anni fa Bersani e Renzi, quando la dirigenza del partito partorì un meccanismo di autentica mappatura genetica dei propri elettori, arrivando a chiedere la giustificazione con prove tangibili per la mancata partecipazione al primo turno, e sopratutto realizzando il più colossale controsenso mai visto nella storia delle democrazie occidentali, ovvero il fermo e lucido respingimento degli elettori dalle urne. Tutto ciò in nome di un principio che, in politica, parrebbe una sesquipedale follia, ovvero un restringimento perimetrale, per non dire ghettizzante, del proprio elettorato, ridotto per totale mancanza di senso di realtà quasi ai soli iscritti al partito, escludendo a priori di poter conquistare il consenso di nuovi sostenitori. La debacle rimediata alle elezioni politiche, nacque allora, e certo non poteva stupire che partendo  da presupposti tanto sbagliati si giungesse ad una fallimentare "non vittoria".
Ora, l'esigenza di una regolamentazione chiara e soprattutto di garanzie di trasparenza nei meccanismi di iscrizione e di voto alle primarie del Pd, è ancora evidente e non la si può in alcun modo nascondere o negare, se davvero si vuole non solo riaffermare il valore di questo strumento ma anche sperare che, garantendo davvero ai cittadini di poter scegliere i loro candidati - meccanismo molto più potente e sensato dell'illusorio voto di preferenza dato alle elezioni con liste già fatte da altri - questi vi si affezionino a tal punto da costringere tutti i partiti a praticarlo.
Ma la posizione di Cofferati è indifendibile, da qualunque punto di vista la si guardi. Nel momento in cui ha scelto di candidarsi, era perfettamente consapevole della penetrabilità del meccanismo, dunque aveva comunque già scelto di accettare il rischio, premesso che, avendo ricoperto ruoli non proprio secondari, politicamente parlando, avrebbe potuto da gran tempo mettere a disposizione del partito tutta la sua sapienza ed esperienza per migliorare le regole delle primarie, invece di fingere di cadere dal pero a sconfitta incassata.
Dunque, ha scelto di correre pensando che, se avesse vinto, avrebbe potuto dire di averlo fatto nonostante tutto, e se avesse perso avrebbe potuto dichiararsi vittima di un meccanismo falsato, ma nel primo caso non avrebbe rinunciato alla propria vittoria per amore di verità, temiamo. Avrebbe invece scelto di farsi testimone di una eroica vittoria contro il sistema che pure l'aveva generata. Un atteggiamento un tantino schizofrenico, a occhio.
E le sue dimissioni polemiche e rancorose, in nome di una purezza di principi da difendere sollevando opportuno e virtuoso scandalo, sono egualmente indifendibili, perchè se davvero si crede in qualcosa ci si batte stando dentro un partito e lavorando per cambiarlo in meglio, non si fugge perchè sconfitti ed offesi, rinnegando persino il valore di quelle scelta di democrazia insita nelle primarie cui si aveva deciso di partecipare. C'è una lezione dura e profonda nella sconfitta, che è quella che dimostra davvero la bontà di ciò che muove gli individui: se perdi, ti rialzi e continui per la tua strada, la tua buona fede è evidente e ne esce persino rafforzata, ma se perdi e scappi, incolpando le regole ed il tuo partito, allora vuol dire che hai corso per motivi che nulla hanno a che vedere con i principi ma molto con il solo tornaconto personale.
Il termine di paragone, in questo caso, è evidente e ce lo ricordiamo tutti perchè molto recente. Renzi perse contro Bersani, e prima ancora contro regole assurde, fece un bellissimo discorso della sconfitta, e poi si mise a disposizione del partito per tutta la campagna elettorale delle politiche. Se fosse scappato, non solo avrebbe perso faccia e credibilità, ma avrebbe tradito tutti coloro che lo avevano sostenuto in quella battaglia e che si riconoscevano nel Pd rappresentato da lui e dal suo programma e non da quello di Bersani. Quelli che sono tornati, e quanti, a votarlo un anno dopo alla primarie proprio come Segretario del partito.
Dunque, le cineserie vecchio stile di Cofferati non hanno più senso di esistere perchè non portano nulla di autentico e di utile al dibattito politico, men che meno depongono a favore della sua credibilità. Resta, certo, l'esigenza di affrontare una volta per tutte la regolamentazione e la trasparenza delle primarie, e questo è un compito di cui Segretario e dirigenza del Pd devono responsabilmente farsi carico, ma chiunque ci sia stato prima di loro negli anni, tacendo, anzi avallando, certi mostruosi pastrocchi del passato più o meno recente, abbia almeno la decenza di tacere.
E se proprio non possiede la nobile arte del saper perdere, si ingegni in quella dell'uscita di scena decorosa, senza rinnegare ciò che fino al giorno prima gli era andato benissimo al punto di farlo proprio tentando di cavalcarlo.

ChiBo

giovedì 8 gennaio 2015

Non possiamo non dirci laici

Ha ragione chi oggi scrive che quanto accaduto a Parigi è il nostro 11 Settembre, perchè ci colpisce nel fulcro della nostra civiltà che non risiede nel potere economico o politico, ma nel fondamentale assunto della libertà intesa come somma di tutte le libertà individuali capaci di tenersi insieme nel rispetto delle reciproche diversità. Quel "non la penso come te ma mi batterò fino alla morte perchè tu possa esprimere le tue idee" che è stata e resta la nostra più grande conquista, la nostra migliore prerogativa, la nostra unica concreta possibilità di salvezza dai totalitarismi di ogni genere, compresi quelli religiosi.
Dunque, è evidente che chi voglia minare le nostre vite dalle fondamenta, attenti alla nostra libertà principale, quella di espressione, madre di tutte le altre, e che miri al cuore della satira che esercita la sovversiva arte del riso e dello sberleffo che costituisce l'offesa più profonda per chi vive di paura, semina paura, predica paura, opprime con la paura e teme il ridicolo più di ogni altra cosa.
Nessuno è più libero di chi sa ridere, perchè per farlo occorre spirito critico, innanzi tutto - il più temibile avversario di ogni integralismo - e poi quella leva meravigliosa, leggerissima e ficcante insieme, che è l'ironia, strumento di lettura del reale a disposizione dell'intelligenza indagatrice. Nessuno è più schiavo di chi non sa ridere, e confonde la serietà con la paura, il ghigno persecutorio con la verità, ostentando sempre una faccia buia e ringhiosa come prova della propria inutile forza. Perchè senza libertà, la forza genera solo mostri, uccide ma non fortifica, devasta ma non costruisce, annienta ma non progredisce. Conquista terreno incolto solo per strisciarci sopra, ma non sa farne terra fertile capace di dare frutti.
La nostra storia, quella che rende l'Europa, pur con tutti i limiti, ancora e sempre una terra di libertà e di diritti, di tutele e di garanzie, è una conquista lenta, lunghissima, dolorosa e faticosa sul cammino che porta dal buio dell'oppressione alla luce, sia pure ricca di ombre, della democrazia. Abbiamo vissuto, combattuto e superato gli assolutismi di ogni genere, le monarchie, i regimi, il potere temporale della Chiesa, e lo abbiamo fatto con il più potente strumento a nostra disposizione, ovvero la costruzione, l'elaborazione e l'esercizio di un pensiero critico che è l'unico vero antidoto contro ogni forma di soggezione intellettuale, religiosa o politica che sia. Lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo stabilito che la diversità di opinioni, fedi, convinzioni, non era il pericolo da combattere ma la nostra più grande risorsa, ciò che infine ci rende liberi tra liberi, capaci di convivere ognuno secondo le proprie idee, trovando un denominatore comune nella reciproca libertà di criticarle, opporvisi, combatterle sul terreno dell'argomentazione logica e dialettica, senza per questo imprigionare, condannare, uccidere, giustiziare nessuno in nome di una qualunque ortodossia assolutista.
Per questo, per difendere tutto questo, per ribadire i principi ed i valori della nostra civile convivenza, oggi più che mai non possiamo non dirci laici, di quella sana, felice, fertile laicità che è l'unica vera garanzia che possiamo offrire a tutti noi. Garanzia di libertà eguale fra diversi, di tutela e di rispetto, di rifiuto della paura e dell'oppressione, della minaccia e della schiavitù prima di tutto intellettuale che è quella che genera tutte le altre.
È la laicità che permette alle Costituzioni di dichiararci tutti uguali stabilendo il nostro diritto individuale a pensarla come ci pare, ed a farlo, a dirlo, a scriverlo, dipingerlo, disegnarlo, filmarlo senza essere perseguitati per questo. È la laicità che non stabilisce elenchi di cose proibite - libri, film, vignette, articoli - ma asserisce invece che tutto è passibile di critica, discussione, dibattito e controargomentazione, nell'ambito di un reciproco rispetto che si fonda sul riconoscimento del diritto di ciascuno ad avere una opinione diversa, che è l'elemento maggiormente destabilizzante per chi invece vuole imporre con l'unico strumento che ha a disposizione, la violenza cieca che genera paura, una ed una sola verità. E non importa che sia in nome di un dio, di una fede politica, di una qualunque teoria, l'ossessione del possesso di una mono-verità si manifesta sempre allo stesso modo, ed ha sempre e solo un principale nemico, la libertà di pensiero che genera invece molteplicità e ricchezza di posizioni diverse.
È la laicità che oggi dobbiamo difendere, non per bandire una nuova crociata religiosa, ma per ritrovare invece la forza di combattere una nuova potente battaglia intellettuale e culturale. Se ci pieghiamo alla logica censoria del "se la sono cercata, non si fanno vignette sull'Islam impunemente" rinunciamo per viltà e codardia intellettuali a difendere il valore fondante della nostra civiltà, quella profonda e necessaria necessità di confronto anche aspro, anche forte, anche provocatorio, che fa di noi persone in grado di misurarsi sul terreno delle nostre convinzioni fino ad arrivare ad una sintesi accettabile ai più.
Per cui difendere oggi la laicità non è una battaglia religiosa o contro una religione, che è la trappola riduttiva in cui non dobbiamo cadere, ma è invece una battaglia fondamentale contro qualunque assolutismo attenti alle nostre sofferte conquiste, tutte riassumibili nella  originaria libertà, vastissimo contenitore di concetti e, prima di tutto, responsabilità. Questo riafferma la laicità come necessaria ed imprescindibile: la nostra indiscutibile, gravosa, meravigliosa responsabilità di essere individui liberi, chiamati a pensare, agire, operare come tali. Con la consapevolezza che non è mai un dio a minacciarci, ma sempre un disegno buio ed opprimente di privazione di libertà.

ChiBo

mercoledì 3 dicembre 2014

Nudo alla meta

A chi non è mai successo di dire "non ho nulla da mettermi" in un momento topico della propria vita?! Quello che aspettavi da sempre, quello che ti avrebbe permesso di cambiare  tutto, di svoltare una volta per tutte - e invece, ops, l'armadio sceglie proprio quel momento per tradirti, annunciandoti beffardo che, no, non ha proprio nulla di buono in serbo per te.
Qualcosa di simile deve essere accaduto a Matteo Salvini, meglio noto come Matteo 2 la brutta copia, chè di questi tempi tra fake e cloni è un'impresa distinguersi, come ben sa il povero Cuperlo, ormai costretto ad una crisi di identità irreversibile ogni volta che si chiede come abbia potuto scrivere Tweet tanto ironici e ficcanti a sua insaputa. E infatti chi spopola su Twitter è un suo strepitoso imitatore.
Dunque, il Salvini ottiene la possibilità che aspettava da una vita, ovvero una copertina nazionalpopolare su Oggi, per conquistare le nonne, le mamme, le famiglie tradizionali, in una parola quegli "italiani veri" che sono da sempre i destinatari del suo verbo ed anche gli oggetti - spesso inconsapevoli e magari pure recalcitranti - del suo desiderio elettorale. Ma siccome la malasorte è sempre in agguato, questa meravigliosa chance gli viene offerta nella settimana sbagliata, la classica peggior settimana della sua vita, quella in cui si verifica la tempesta perfetta nota anche come "nemesi del guardaroba leghista". Riassumendo:
- Salvini ha bruciato tutte le camicie bianche dopo aver visto la foto dei leader del Pse alla festa dell'Unità, per marcare la propria diversità antropologica da costoro. Posto che: 1- la differenza fra lui e quel gran figo di Pedro Sanchez era non solo visibile ad occhio nudo ma stabilita con lo stesso risultato della partita Roma-Bayern Monaco, che è andata ad un pelo dall'essere sospesa per manifesta inferiorità di una delle squadre in campo. 2- Maremma Padana, non ho mai avuto una camicia bianca, solo verdi. 
- le mitiche felpe da nerd, indossate nelle varie apparizioni televisive e nei comizi elettorali, erano tutte inutilizzabili, ne serviva una con scritto "Italia" ed era l'unica che il nostro eroe mai avrebbe pensato di indossare, lui che a Bruxelles volta regolarmente le spalle quando suonano l'inno di Mameli non aveva minimamente considerato lo spirito patriottico. Restava solo un maglioncino striminzito dopo l'ultimo bagno nelle acque del Dio Po, ma era verde stinto e in foto non sarebbe venuto bene.
- il doppiopetto della festa dei diciotto anni era purtroppo andato smarrito in Corea del Nord, intanto che il nostro era intento a lodare la pulizia delle strade, tipico fiore all'occhiello dei dittatori, che son gli stessi che poi ti sequestrano il bagaglio per eccesso di zelo mastrolindico, e ti lasciano nudo come un verme quando hai bisogno di uno straccio di vestito decente.
- il colbacco di pelo regalo dell'amico Putin, sincero liberale e dunque generoso nei doni, specie a coloro che si impegnano ad affossare l'Europa dicendosi di destra, è stato scartato perchè le sue eccessive dimensioni a) non entravano nella copertina di Oggi, b) dotavano il nostro eroe di una eccessiva macrocefalia che poteva indurre ottimistiche quanto illusorie aspettative sulle grandi idee custodite in cotanto involucro.
- la camicia giallina indossata per l'uscita in discoteca con Marine Le Pen era già stata vista e peraltro già opzionata in esclusiva mondiale per un servizio sul prossimo numero di Vogue, titolo: Cara, stasera usciamo dall'euro. Dunque, era inutilizzabile.
Non restava che la cravatta verde, regalo di Umberto Bossi ai bei tempi di "Roma ladrona, aspettaci che partecipiamo anche noi". Da qui, il colpo di genio: Salvini nudo con cravatta verde. Sotto la cravatta, nulla. Cosa credevate?! 


ChiBo 


lunedì 24 novembre 2014

La guerra dei voti (degli altri)

Ogni tornata elettorale scatena da sempre una ridda di commenti, di solito oscillanti tra il più banale luogo comune e la vecchia gara a coprirsi con la coperta troppo corta, che costituiscono, con alcune rare eccezioni, la parte peggiore, per non dire la più estenuante, dell'immediato dopo voto. Questa volta, però, siamo andati davvero oltre, dando il via ad un giro di schiaffi che, nella dichiarata volontà di coprire i dati di fatto e di colpire, invece, un unico bersaglio - ovvero chi governa - ha sollevato alte cortine fumogene che sarà bene tentare di diradare, giusto per non perdere l'abitudine a ragionare in favore di quella, pessima, della sparata becera tanto utile per i titoli dei giornali quanto inutile ai fini di una analisi oggettiva. Di seguito, gli argomenti più gettonati:
L'astensionismo in Emilia Romagna è uno schiaffo al Pd di Renzi: intanto, l'astensionismo ha colpito tutti i partiti indistintamente, e su questa base si deve ragionare, partendo da due considerazioni di fondo: il primo fortissimo segnale venne due anni orsono dalle elezioni regionali in Sicilia, con oltre il 50% degli astenuti, ed ogni tornata elettorale ha confermato questo trend negativo, che in parte è figlio della mala politica degli ultimi decenni che ci ha trascinati nel baratro, con l'aggravante della crisi economica persistente, ed in parte si lega alla seconda considerazione da fare, ovvero che il voto identitario che portava la quasi totalità degli elettori italiani alle urne è definitivamente tramontato, come abbiamo ripetutamente constatato negli ultimi anni. La mobilità dei flussi elettorali è ormai una realtà anche nel nostro paese, sebbene molto recente rispetto ad altri, e di questo fenomeno fa parte anche l'astensione, cui non eravamo abituati. Ora, in una regione come l'Emilia Romagna, dove il voto identitario era nel DNA stesso dei cittadini, è innegabile che lo scossone fortissimo dovuto allo scandalo dei rimborsi elettorali che ha colpito tutti, Pd compreso, le dimissioni di Errani indagato, la presa che ha ancora oggi la quasi sovrapposizione con il sindacato e la fase di passaggio dal "tortello magico" a trazione emiliana al nuovo corso renziano, si siano sommati dando vita ad un crollo dei votanti. Che però non hanno, ad esempio, scelto Sel, ormai ridotta a percentuali al limite del rilevamento, dunque la cosiddetta "vera sinistra", e neanche si sono buttati sulla antipolitica grillina o sulla sua versione destrorsa incarnata da Salvini. Semplicemente, hanno saltato un giro, e su questo, semmai, deve riflettere il Pd, non solo il suo Segretario ma soprattutto coloro che, dal giorno della sue elezione, lavorano alacremente e quotidianamente per scalzarlo: in democrazia, vince chi porta gli elettori a votare, ovvero li convince con le proprie idee ed i propri programmi, e se la cosiddetta "vera sinistra" non ci riesce, anzi, si sta rapidamente estinguendo, è chiaro che il suo appeal non ha nessuna presa sull'elettorato. Quindi, semmai, il neo eletto Bonaccini, e con lui tutto il Pd, da oggi deve lavorare per recuperare credibilità sotto il profilo della trasparenza, prima di tutto, e poi per offrire al proprio elettorato validi motivi per tornare a votare con convinzione il proprio partito, sulla base di una buona amministrazione e di una decisa chiusura con pratiche di utilizzo di denaro pubblico che non solo costituiscono reato ma indignano i cittadini oltre misura e li allontanano sempre più dalla politica.
La vittoria è delegittimata: i cultori di questo mantra, ripetuto come una cantilena rassicurante per i perdenti di mestiere che possono solo gioire delle difficoltà altrui, con l'aggravante di aver però contribuito a crearle a danno della propria parte politica, dovrebbero coerentemente sostenere, sulla base dello stesso strampalato principio, che tutti i Presidenti degli Stati Uniti, tanto per fare l'esempio più eclatante anche se non l'unico, siano stati degli usurpatori, vista la bassa affluenza che da sempre caratterizza le elezioni presidenziali americane, dove pure la posta in gioco è altissima. In realtà, i poverini dovrebbero smettere di pensare che la vittoria sia solo plebiscitaria, come ai tempi del pensiero unico e dello schieramento ideologico a loro tanto cari tuttora, e comprendere una volta per tutte che in democrazia vince chi prende più voti, punto. La legittimazione è data dall'atto stesso della convocazione elettorale e dal suo regolare e libero svolgimento, e gli astenuti, paradossalmente, affidano una delega in bianco al vincitore, avendo scelto di non votare, mica di fare la rivoluzione, altrimenti avrebbero espresso la loro disapprovazione in ben altri modi. Fondando un nuovo partito, ad esempio. Cosa che non è avvenuta.
Il trionfo di Salvini: posto che, rispetto alle precedenti elezioni regionali, la Lega ha perso circa cinquantamila voti, vista la flessione dei votanti che ha colpito tutti i partiti, il dato generale non lo premia, mentre è chiaro che il senso vero della vittoria sta nell'aver doppiato Forza Italia e soprattutto nell'essersi ripreso i voti che negli anni passati la Lega aveva ceduto a Grillo. Il che non stupisce affatto, visto che i due leaders sostengono le stesse cose, sparano le stesse scempiaggini, senza peraltro mai sottostare all'obbligo di fornirci debite e puntuali spiegazioni; siamo sempre in fervente attesa di sapere come, a quale prezzo e pagato come e da chi si dovrebbe uscire dall'euro, secondo questi poderosi statisti della chiacchiera al bar, ad esempio, ma capiamo che più di tanto non si possa pretendere da loro. Dunque, il travaso di voti da MS5 a Lega è del tutto naturale, la demagogia populista è la stessa, diverso è il quadro se lo si rapporta ad una cornice nazionale, perchè se è vero che la sbornia grillina è passata, ed è stato sufficiente un anno e mezzo alla prova del Parlamento per scoprire il bluff, è vero anche che inizialmente aveva fatto presa un po' in tutta Italia, obbiettivo che invece si configura molto più difficile da raggiungere per Salvini, vista tutta la paccottiglia nordista da lui sempre propagandata. E anche se oggi si fa furbo e non parla più di Padania, ciò non basta a garantirgli il voto del Sud. Neanche recuperando quel che resta dei grillini, e spostandosi definitivamente a destra, dove gli elettori di Forza Italia non lo seguirebbero, e certo i numeri risibili raccolti dalla Meloni anche a questo giro non autorizzano ottimistiche previsioni.
Il Patto del Nazareno ha resuscitato Berlusconi: è da gennaio che ridiamo di questa colossale scempiaggine che oggi, numeri alla mano, evidenzia tutta la pochezza di chi l'ha partorita. Il prossimo che ancora si azzarderà a pronunciarla o a scriverla, insieme all'altro imperdibile must "Renzi è il figlio di Berlusconi", vincerà con pieno merito un emozionante giro al campo Rom con Salvini, che è l'unico vero figlio che il caro leader ci ha lasciato grazie a vent'anni di assoluta incapacità nella costruzione di una classe dirigente degna di questo nome. E forse, visti i risultati, neanche Silvio l'highlander oggi si augurerebbe di resuscitare politicamente un'altra volta. L'elmo con le corna, tanto caro ai raduni leghisti alla sorgente del Po, lo spettinerebbe rovinosamente.

ChiBo

lunedì 17 novembre 2014

A carte scoperte

Il gioco degli equivoci che ha caratterizzato tutta la Seconda Repubblica, impostata su un bipolarismo fasullo che ha aggravato la paralisi decisionale della nostra politica malata, è arrivato alla fase finale, un po' per la propria debolezza di fondo che non poteva reggere oltre l'esasperante rito della concertazione come eterno rinvio della ricerca di soluzioni, e molto per l'urto inevitabile e pressante con la reale condizione del paese, bloccato in tutto e non più in condizioni di sopportare ancora lo stallo asfittico  cui si erano inchiodate da sole le istituzioni, i partiti, i governi.
Oggi, sia pure ancora con molte incognite dovute soprattutto al sopravvivere di vecchie e malsane abitudini politiche, ci stiamo faticosamente avviando là dove, se avessimo avuto coraggio, visione del futuro e senso di responsabilità, avremmo dovuto doverosamente collocarci dopo Tangentopoli e Mani Pulite, se fossimo stati pronti a mettere da parte un sistema malato e corrotto che infine era imploso, mostrando il suo vero volto, i suoi evidenti limiti e le sue tossiche attitudini passatiste e conservatrici consolidate da un metodo concertativo che, nel fittizio gioco delle parti, vedeva in realtà tutti d'accordo in difesa delle proprie rendite di posizione. Ma pronti non eravamo, ed abbiamo pagato il prezzo altissimo di ulteriori vent'anni perduti che oggi ci schiacciano sotto un ritardo abissale e difficile da colmare in poco tempo, ma almeno un passo avanti lo abbiamo fatto, prendendo atto degli errori del passato ed acquisendo la consapevolezza che questo paese va risollevato partendo da un fondamentale obiettivo che è quello della chiarezza. Prima di tutto verso gli elettori.
Le coalizioni acchiappavoti che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica, ammucchiate di sigle divise su tutto e dunque incapaci di governare, una volta incassato il voto, per eccesso di spinte centrifughe e di veti incrociati, di rivalità interne e di posizionamenti conservativi, sono ormai improponibili ad un elettorato che chiede chiarezza di intenti e di programmi e non è più disposto a tollerare ambiguità e galleggiamenti di alcun genere. E in questo senso, è un bene che la legge elettorale in discussione spinga sul voto di lista, invece che di coalizione, perchè questa è prima di tutto una assunzione di responsabilità nei confronti degli elettori, un obbligo di chiarezza di posizioni e di contenuti cui tutti sono chiamati, una volta per tutte, senza pretendere di far parte di un gruppo solo per velleità di governo, ma lavorando poi ogni giorno per minarne la stabilità e l'operatività dall'interno solo per un misero gioco di forze correntizie in perenne misurazione del proprio potere di veto.
Dunque, la nascente "cosa rossa" a sinistra del Pd, è bene che si costituisca e si definisca al più presto, sommando i resti di Sel, la minoranza sconfitta dei Fassina, dei Civati, dei Cuperlo, la parte identitaria che si specchia ancora nella CGIL, per poi presentarsi finalmente con chiarezza e trasparenza all'elettorato, sulla base di un proprio programma di governo, e non più annidata nelle fila del Pd, pronta a rimettere in discussione ad ogni piè sospinto decisioni prese a maggioranza dalla Direzione del partito, dilatando così all'infinito i tempi del cammino delle riforme. È bene, ma soprattutto è necessario e doveroso, che costoro, preso atto della loro diversità antropologica e culturale, prima ancora che politica, dalla maggioranza attuale del Pd, si stacchino e portino la loro lotta all'esterno, in campo aperto, a viso scoperto, rischiando in proprio e, prima di tutto, sottoponendosi al giudizio degli elettori, come avviene in democrazia.
Questo comporterà di certo due vantaggi: il primo, una chiarezza di offerta politica nei confronti dell'elettorato che saprà esattamente entro quali termini si muoverà il Pd, ed entro quali termini si muoverà invece la "cosa rossa" e potrà dunque scegliere senza dover poi pagare il prezzo di ambiguità e di postumi riposizionamenti dopo il voto, nell'eterno gioco delle correnti e degli sconfitti che vogliono invece comportarsi da vincitori. Il secondo vantaggio sarà per tutti, ovvero quello di poter finalmente distinguere con chiarezza fra le forze in campo, tra una sinistra riformista, collocata nell'ambito delle forze europee dello stesso avviso, ed una sinistra antagonista e passatista che è andata a cercarsi un leader greco per presentarsi alle ultime elezioni e che, nel nostro paese, riunisce un fronte di leaderini minimi, da Vendola in giù, costretto a fare aggio sulle manifestazioni sindacali per presentarsi in piazza, ed a rimangiarsi tutto quanto sostenuto a suo tempo firmando programmi di coalizione - in primis, l'europeismo professato dal Pd - ora che il partito non è più "cosa loro". E d'altronde, nelle democrazie evolute si distingue sempre una sinistra riformista da una estrema e conservatrice, dunque a questo dobbiamo arrivare anche in Italia, uscendo una volta per tutte dal comodo terreno dell'ambiguità che è stato solo fertile coltura di rendite di posizione per personaggini che, altrimenti, mai nessuno avrebbe nemmeno sentito nominare.
Lo stesso processo si sta avviando a destra, dove Salvini ormai parla chiaramente di voler costituire una destra lepenista - e non più un centrodestra, per totale dissoluzione del centro - e giustamente si rivolge alla Meloni, anche se poi, con quella furbizia bertoldesca che lo contraddistingue, non rinuncia ai giochetti della vecchia politica, stringendo alleanze locali con Forza Italia - come ha fatto di recente in Toscana, per le prossime elezioni regionali - mentre a livello nazionale annuncia di voler scaricare Berlusconi. È evidente che, in territori dove raccoglie poco o nulla in termini di voti, Salvini miri a limitare il danno alleandosi con chi pure dichiara di voler rinnegare, ma in termini generali vale anche qui quanto detto per l'area di sinistra, ovvero che la costituzione di un soggetto di destra, senza ambiguità programmatiche e con intenti dichiarati, farà chiarezza anche in questo campo, e distinguerà fra una destra moderata - che resiste nel Patto del Nazareno, per volontà del solo Berlusconi, ma è inesistente in termini di leadership e programmi, come sempre, al di fuori di lui - ed una estremista, consentendo dunque agli elettori di fare una scelta chiara e netta, senza manfrine postume come quelle che abbiamo visto consumarsi negli anni tra Bossi, Fini e Casini, tutti in gara per il delfinato, e tutti sconfitti dalle proprie ambizioni. Senza alcun rispetto di chi li aveva votati entro una sola coalizione.
In questo quadro, scompare il cosiddetto "centro" che poi è stato la vera, profonda, immobile palude che ha fin qui fagocitato ogni scintilla di movimento riformista ed ha impedito ogni tentativo di cambiamento, avviluppandolo nelle spire dei propri riti paralizzanti. Il bipolarismo vero prevede forze chiare e definite, posizionate e dichiarate, non ha centri ma regole precise: chi vince governa e se ne assume la responsabilità di fronte agli elettori che hanno potuto esprimere il loro voto senza ambiguità o rischi di veder poi rovesciati i programmi all'interno del partito da loro votato. Si gioca a carte scoperte, come è giusto che sia in una democrazia matura, quella che non siamo mai stati ma che forse, stavolta, alla buonora, diventeremo.

ChiBo