lunedì 19 gennaio 2015

Cineserie

Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao, ed avrebbe dovuto aggiungere che anche nella testa dei cinesi le idee, tanto chiare, non sono. Come si è incaricato di ricordarci il Cinese di casa nostra, al secolo Sergio Cofferati, mettendo insieme un campionario di contraddizioni e paradossi di rara complessità persino per le travagliate e non di rado schizofreniche vicende della politica italiana. Oggetto di tanta sofferta analisi, le primarie.
Ora, facendo un passo indietro, bisogna fare un minimo di chiarezza prima di addentrarsi nello strascico dell'ultimo episodio, quello ligure, per ricordare qualche passaggio fondamentale degli ultimi tempi in termini di utilizzo e regole delle primarie che, da strumento formidabile per la crescita e la selezione dal basso di una nuova leva politica, spesso sono diventate invece un campo minato che ha messo a dura prova lo stesso principio democratico che rappresentano.
Il Pd ha il merito di averle introdotte, unica forza politica a farlo nel nostro paese dove regna sovrana la cooptazione sulla base di valutazioni che quasi mai hanno a che vedere con la qualità e molto invece con la subalternità ad un leader, ad una corrente, ad un sistema, ma a questo merito non ha mai voluto dare solide basi, facendo inizialmente ridicole consultazioni con un candidato unico, ovvero la negazione evidente del principio di scelta che muove le primarie, e poi spaventandosi moltissimo delle conseguenze del voto laddove, con fatica e molte lotte interne, si cominciavano ad avere primarie vere, il cui riusato finale andava sempre a danno del candidato ufficiale del partito e premiava puntualmente l'outsider di turno.
Cosa che, all'interno di un soggetto politico solido e strutturato avrebbe naturalmente indotto una sana ed approfondita riflessione su un paio di temi scottanti, ovvero come mai il nostro candidato non è mai quello in sintonia con il territorio, e perchè il nostro elettorato premia invece un outsider, dunque questo avrebbe comportato una analisi del criterio di scelta e valutazione dei propri rappresentanti che, a sua volta, avrebbe determinato un ragionevole e ragionato cambiamento del criterio suddetto. Naturalmente, nel Pd che solido e strutturato non è mai stato, e neanche si è mai avvicinato ad esserlo, si è invece avviato un percorso opposto, ovvero come mettere ogni genere di limitazioni e paletti alle velleità di un elettorato indisciplinato onde evitare il successo di outsider indesiderati e pericolosi, e mantenere così il controllo sui territori amorevolmente affidati, in misura diversa, agli esponenti della quarantina di correnti interne al partito, tutte felicemente aventi diritto al proprio piccolo o grande feudo elettorale. Dunque, al vanto del tutto sterile del "noi siamo gli unici a fare le primarie perchè siamo democratici", non solo non ha fatto seguito una operazione di consolidamento di questo strumento, ma anzi si è affermata una forma di negazione della stessa libertà di scelta che ne costituisce il valore originario.
Emblematiche in questo senso, le primarie per il candidato Premier che videro battersi due anni fa Bersani e Renzi, quando la dirigenza del partito partorì un meccanismo di autentica mappatura genetica dei propri elettori, arrivando a chiedere la giustificazione con prove tangibili per la mancata partecipazione al primo turno, e sopratutto realizzando il più colossale controsenso mai visto nella storia delle democrazie occidentali, ovvero il fermo e lucido respingimento degli elettori dalle urne. Tutto ciò in nome di un principio che, in politica, parrebbe una sesquipedale follia, ovvero un restringimento perimetrale, per non dire ghettizzante, del proprio elettorato, ridotto per totale mancanza di senso di realtà quasi ai soli iscritti al partito, escludendo a priori di poter conquistare il consenso di nuovi sostenitori. La debacle rimediata alle elezioni politiche, nacque allora, e certo non poteva stupire che partendo  da presupposti tanto sbagliati si giungesse ad una fallimentare "non vittoria".
Ora, l'esigenza di una regolamentazione chiara e soprattutto di garanzie di trasparenza nei meccanismi di iscrizione e di voto alle primarie del Pd, è ancora evidente e non la si può in alcun modo nascondere o negare, se davvero si vuole non solo riaffermare il valore di questo strumento ma anche sperare che, garantendo davvero ai cittadini di poter scegliere i loro candidati - meccanismo molto più potente e sensato dell'illusorio voto di preferenza dato alle elezioni con liste già fatte da altri - questi vi si affezionino a tal punto da costringere tutti i partiti a praticarlo.
Ma la posizione di Cofferati è indifendibile, da qualunque punto di vista la si guardi. Nel momento in cui ha scelto di candidarsi, era perfettamente consapevole della penetrabilità del meccanismo, dunque aveva comunque già scelto di accettare il rischio, premesso che, avendo ricoperto ruoli non proprio secondari, politicamente parlando, avrebbe potuto da gran tempo mettere a disposizione del partito tutta la sua sapienza ed esperienza per migliorare le regole delle primarie, invece di fingere di cadere dal pero a sconfitta incassata.
Dunque, ha scelto di correre pensando che, se avesse vinto, avrebbe potuto dire di averlo fatto nonostante tutto, e se avesse perso avrebbe potuto dichiararsi vittima di un meccanismo falsato, ma nel primo caso non avrebbe rinunciato alla propria vittoria per amore di verità, temiamo. Avrebbe invece scelto di farsi testimone di una eroica vittoria contro il sistema che pure l'aveva generata. Un atteggiamento un tantino schizofrenico, a occhio.
E le sue dimissioni polemiche e rancorose, in nome di una purezza di principi da difendere sollevando opportuno e virtuoso scandalo, sono egualmente indifendibili, perchè se davvero si crede in qualcosa ci si batte stando dentro un partito e lavorando per cambiarlo in meglio, non si fugge perchè sconfitti ed offesi, rinnegando persino il valore di quelle scelta di democrazia insita nelle primarie cui si aveva deciso di partecipare. C'è una lezione dura e profonda nella sconfitta, che è quella che dimostra davvero la bontà di ciò che muove gli individui: se perdi, ti rialzi e continui per la tua strada, la tua buona fede è evidente e ne esce persino rafforzata, ma se perdi e scappi, incolpando le regole ed il tuo partito, allora vuol dire che hai corso per motivi che nulla hanno a che vedere con i principi ma molto con il solo tornaconto personale.
Il termine di paragone, in questo caso, è evidente e ce lo ricordiamo tutti perchè molto recente. Renzi perse contro Bersani, e prima ancora contro regole assurde, fece un bellissimo discorso della sconfitta, e poi si mise a disposizione del partito per tutta la campagna elettorale delle politiche. Se fosse scappato, non solo avrebbe perso faccia e credibilità, ma avrebbe tradito tutti coloro che lo avevano sostenuto in quella battaglia e che si riconoscevano nel Pd rappresentato da lui e dal suo programma e non da quello di Bersani. Quelli che sono tornati, e quanti, a votarlo un anno dopo alla primarie proprio come Segretario del partito.
Dunque, le cineserie vecchio stile di Cofferati non hanno più senso di esistere perchè non portano nulla di autentico e di utile al dibattito politico, men che meno depongono a favore della sua credibilità. Resta, certo, l'esigenza di affrontare una volta per tutte la regolamentazione e la trasparenza delle primarie, e questo è un compito di cui Segretario e dirigenza del Pd devono responsabilmente farsi carico, ma chiunque ci sia stato prima di loro negli anni, tacendo, anzi avallando, certi mostruosi pastrocchi del passato più o meno recente, abbia almeno la decenza di tacere.
E se proprio non possiede la nobile arte del saper perdere, si ingegni in quella dell'uscita di scena decorosa, senza rinnegare ciò che fino al giorno prima gli era andato benissimo al punto di farlo proprio tentando di cavalcarlo.

ChiBo

giovedì 8 gennaio 2015

Non possiamo non dirci laici

Ha ragione chi oggi scrive che quanto accaduto a Parigi è il nostro 11 Settembre, perchè ci colpisce nel fulcro della nostra civiltà che non risiede nel potere economico o politico, ma nel fondamentale assunto della libertà intesa come somma di tutte le libertà individuali capaci di tenersi insieme nel rispetto delle reciproche diversità. Quel "non la penso come te ma mi batterò fino alla morte perchè tu possa esprimere le tue idee" che è stata e resta la nostra più grande conquista, la nostra migliore prerogativa, la nostra unica concreta possibilità di salvezza dai totalitarismi di ogni genere, compresi quelli religiosi.
Dunque, è evidente che chi voglia minare le nostre vite dalle fondamenta, attenti alla nostra libertà principale, quella di espressione, madre di tutte le altre, e che miri al cuore della satira che esercita la sovversiva arte del riso e dello sberleffo che costituisce l'offesa più profonda per chi vive di paura, semina paura, predica paura, opprime con la paura e teme il ridicolo più di ogni altra cosa.
Nessuno è più libero di chi sa ridere, perchè per farlo occorre spirito critico, innanzi tutto - il più temibile avversario di ogni integralismo - e poi quella leva meravigliosa, leggerissima e ficcante insieme, che è l'ironia, strumento di lettura del reale a disposizione dell'intelligenza indagatrice. Nessuno è più schiavo di chi non sa ridere, e confonde la serietà con la paura, il ghigno persecutorio con la verità, ostentando sempre una faccia buia e ringhiosa come prova della propria inutile forza. Perchè senza libertà, la forza genera solo mostri, uccide ma non fortifica, devasta ma non costruisce, annienta ma non progredisce. Conquista terreno incolto solo per strisciarci sopra, ma non sa farne terra fertile capace di dare frutti.
La nostra storia, quella che rende l'Europa, pur con tutti i limiti, ancora e sempre una terra di libertà e di diritti, di tutele e di garanzie, è una conquista lenta, lunghissima, dolorosa e faticosa sul cammino che porta dal buio dell'oppressione alla luce, sia pure ricca di ombre, della democrazia. Abbiamo vissuto, combattuto e superato gli assolutismi di ogni genere, le monarchie, i regimi, il potere temporale della Chiesa, e lo abbiamo fatto con il più potente strumento a nostra disposizione, ovvero la costruzione, l'elaborazione e l'esercizio di un pensiero critico che è l'unico vero antidoto contro ogni forma di soggezione intellettuale, religiosa o politica che sia. Lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo stabilito che la diversità di opinioni, fedi, convinzioni, non era il pericolo da combattere ma la nostra più grande risorsa, ciò che infine ci rende liberi tra liberi, capaci di convivere ognuno secondo le proprie idee, trovando un denominatore comune nella reciproca libertà di criticarle, opporvisi, combatterle sul terreno dell'argomentazione logica e dialettica, senza per questo imprigionare, condannare, uccidere, giustiziare nessuno in nome di una qualunque ortodossia assolutista.
Per questo, per difendere tutto questo, per ribadire i principi ed i valori della nostra civile convivenza, oggi più che mai non possiamo non dirci laici, di quella sana, felice, fertile laicità che è l'unica vera garanzia che possiamo offrire a tutti noi. Garanzia di libertà eguale fra diversi, di tutela e di rispetto, di rifiuto della paura e dell'oppressione, della minaccia e della schiavitù prima di tutto intellettuale che è quella che genera tutte le altre.
È la laicità che permette alle Costituzioni di dichiararci tutti uguali stabilendo il nostro diritto individuale a pensarla come ci pare, ed a farlo, a dirlo, a scriverlo, dipingerlo, disegnarlo, filmarlo senza essere perseguitati per questo. È la laicità che non stabilisce elenchi di cose proibite - libri, film, vignette, articoli - ma asserisce invece che tutto è passibile di critica, discussione, dibattito e controargomentazione, nell'ambito di un reciproco rispetto che si fonda sul riconoscimento del diritto di ciascuno ad avere una opinione diversa, che è l'elemento maggiormente destabilizzante per chi invece vuole imporre con l'unico strumento che ha a disposizione, la violenza cieca che genera paura, una ed una sola verità. E non importa che sia in nome di un dio, di una fede politica, di una qualunque teoria, l'ossessione del possesso di una mono-verità si manifesta sempre allo stesso modo, ed ha sempre e solo un principale nemico, la libertà di pensiero che genera invece molteplicità e ricchezza di posizioni diverse.
È la laicità che oggi dobbiamo difendere, non per bandire una nuova crociata religiosa, ma per ritrovare invece la forza di combattere una nuova potente battaglia intellettuale e culturale. Se ci pieghiamo alla logica censoria del "se la sono cercata, non si fanno vignette sull'Islam impunemente" rinunciamo per viltà e codardia intellettuali a difendere il valore fondante della nostra civiltà, quella profonda e necessaria necessità di confronto anche aspro, anche forte, anche provocatorio, che fa di noi persone in grado di misurarsi sul terreno delle nostre convinzioni fino ad arrivare ad una sintesi accettabile ai più.
Per cui difendere oggi la laicità non è una battaglia religiosa o contro una religione, che è la trappola riduttiva in cui non dobbiamo cadere, ma è invece una battaglia fondamentale contro qualunque assolutismo attenti alle nostre sofferte conquiste, tutte riassumibili nella  originaria libertà, vastissimo contenitore di concetti e, prima di tutto, responsabilità. Questo riafferma la laicità come necessaria ed imprescindibile: la nostra indiscutibile, gravosa, meravigliosa responsabilità di essere individui liberi, chiamati a pensare, agire, operare come tali. Con la consapevolezza che non è mai un dio a minacciarci, ma sempre un disegno buio ed opprimente di privazione di libertà.

ChiBo

mercoledì 3 dicembre 2014

Nudo alla meta

A chi non è mai successo di dire "non ho nulla da mettermi" in un momento topico della propria vita?! Quello che aspettavi da sempre, quello che ti avrebbe permesso di cambiare  tutto, di svoltare una volta per tutte - e invece, ops, l'armadio sceglie proprio quel momento per tradirti, annunciandoti beffardo che, no, non ha proprio nulla di buono in serbo per te.
Qualcosa di simile deve essere accaduto a Matteo Salvini, meglio noto come Matteo 2 la brutta copia, chè di questi tempi tra fake e cloni è un'impresa distinguersi, come ben sa il povero Cuperlo, ormai costretto ad una crisi di identità irreversibile ogni volta che si chiede come abbia potuto scrivere Tweet tanto ironici e ficcanti a sua insaputa. E infatti chi spopola su Twitter è un suo strepitoso imitatore.
Dunque, il Salvini ottiene la possibilità che aspettava da una vita, ovvero una copertina nazionalpopolare su Oggi, per conquistare le nonne, le mamme, le famiglie tradizionali, in una parola quegli "italiani veri" che sono da sempre i destinatari del suo verbo ed anche gli oggetti - spesso inconsapevoli e magari pure recalcitranti - del suo desiderio elettorale. Ma siccome la malasorte è sempre in agguato, questa meravigliosa chance gli viene offerta nella settimana sbagliata, la classica peggior settimana della sua vita, quella in cui si verifica la tempesta perfetta nota anche come "nemesi del guardaroba leghista". Riassumendo:
- Salvini ha bruciato tutte le camicie bianche dopo aver visto la foto dei leader del Pse alla festa dell'Unità, per marcare la propria diversità antropologica da costoro. Posto che: 1- la differenza fra lui e quel gran figo di Pedro Sanchez era non solo visibile ad occhio nudo ma stabilita con lo stesso risultato della partita Roma-Bayern Monaco, che è andata ad un pelo dall'essere sospesa per manifesta inferiorità di una delle squadre in campo. 2- Maremma Padana, non ho mai avuto una camicia bianca, solo verdi. 
- le mitiche felpe da nerd, indossate nelle varie apparizioni televisive e nei comizi elettorali, erano tutte inutilizzabili, ne serviva una con scritto "Italia" ed era l'unica che il nostro eroe mai avrebbe pensato di indossare, lui che a Bruxelles volta regolarmente le spalle quando suonano l'inno di Mameli non aveva minimamente considerato lo spirito patriottico. Restava solo un maglioncino striminzito dopo l'ultimo bagno nelle acque del Dio Po, ma era verde stinto e in foto non sarebbe venuto bene.
- il doppiopetto della festa dei diciotto anni era purtroppo andato smarrito in Corea del Nord, intanto che il nostro era intento a lodare la pulizia delle strade, tipico fiore all'occhiello dei dittatori, che son gli stessi che poi ti sequestrano il bagaglio per eccesso di zelo mastrolindico, e ti lasciano nudo come un verme quando hai bisogno di uno straccio di vestito decente.
- il colbacco di pelo regalo dell'amico Putin, sincero liberale e dunque generoso nei doni, specie a coloro che si impegnano ad affossare l'Europa dicendosi di destra, è stato scartato perchè le sue eccessive dimensioni a) non entravano nella copertina di Oggi, b) dotavano il nostro eroe di una eccessiva macrocefalia che poteva indurre ottimistiche quanto illusorie aspettative sulle grandi idee custodite in cotanto involucro.
- la camicia giallina indossata per l'uscita in discoteca con Marine Le Pen era già stata vista e peraltro già opzionata in esclusiva mondiale per un servizio sul prossimo numero di Vogue, titolo: Cara, stasera usciamo dall'euro. Dunque, era inutilizzabile.
Non restava che la cravatta verde, regalo di Umberto Bossi ai bei tempi di "Roma ladrona, aspettaci che partecipiamo anche noi". Da qui, il colpo di genio: Salvini nudo con cravatta verde. Sotto la cravatta, nulla. Cosa credevate?! 


ChiBo 


lunedì 24 novembre 2014

La guerra dei voti (degli altri)

Ogni tornata elettorale scatena da sempre una ridda di commenti, di solito oscillanti tra il più banale luogo comune e la vecchia gara a coprirsi con la coperta troppo corta, che costituiscono, con alcune rare eccezioni, la parte peggiore, per non dire la più estenuante, dell'immediato dopo voto. Questa volta, però, siamo andati davvero oltre, dando il via ad un giro di schiaffi che, nella dichiarata volontà di coprire i dati di fatto e di colpire, invece, un unico bersaglio - ovvero chi governa - ha sollevato alte cortine fumogene che sarà bene tentare di diradare, giusto per non perdere l'abitudine a ragionare in favore di quella, pessima, della sparata becera tanto utile per i titoli dei giornali quanto inutile ai fini di una analisi oggettiva. Di seguito, gli argomenti più gettonati:
L'astensionismo in Emilia Romagna è uno schiaffo al Pd di Renzi: intanto, l'astensionismo ha colpito tutti i partiti indistintamente, e su questa base si deve ragionare, partendo da due considerazioni di fondo: il primo fortissimo segnale venne due anni orsono dalle elezioni regionali in Sicilia, con oltre il 50% degli astenuti, ed ogni tornata elettorale ha confermato questo trend negativo, che in parte è figlio della mala politica degli ultimi decenni che ci ha trascinati nel baratro, con l'aggravante della crisi economica persistente, ed in parte si lega alla seconda considerazione da fare, ovvero che il voto identitario che portava la quasi totalità degli elettori italiani alle urne è definitivamente tramontato, come abbiamo ripetutamente constatato negli ultimi anni. La mobilità dei flussi elettorali è ormai una realtà anche nel nostro paese, sebbene molto recente rispetto ad altri, e di questo fenomeno fa parte anche l'astensione, cui non eravamo abituati. Ora, in una regione come l'Emilia Romagna, dove il voto identitario era nel DNA stesso dei cittadini, è innegabile che lo scossone fortissimo dovuto allo scandalo dei rimborsi elettorali che ha colpito tutti, Pd compreso, le dimissioni di Errani indagato, la presa che ha ancora oggi la quasi sovrapposizione con il sindacato e la fase di passaggio dal "tortello magico" a trazione emiliana al nuovo corso renziano, si siano sommati dando vita ad un crollo dei votanti. Che però non hanno, ad esempio, scelto Sel, ormai ridotta a percentuali al limite del rilevamento, dunque la cosiddetta "vera sinistra", e neanche si sono buttati sulla antipolitica grillina o sulla sua versione destrorsa incarnata da Salvini. Semplicemente, hanno saltato un giro, e su questo, semmai, deve riflettere il Pd, non solo il suo Segretario ma soprattutto coloro che, dal giorno della sue elezione, lavorano alacremente e quotidianamente per scalzarlo: in democrazia, vince chi porta gli elettori a votare, ovvero li convince con le proprie idee ed i propri programmi, e se la cosiddetta "vera sinistra" non ci riesce, anzi, si sta rapidamente estinguendo, è chiaro che il suo appeal non ha nessuna presa sull'elettorato. Quindi, semmai, il neo eletto Bonaccini, e con lui tutto il Pd, da oggi deve lavorare per recuperare credibilità sotto il profilo della trasparenza, prima di tutto, e poi per offrire al proprio elettorato validi motivi per tornare a votare con convinzione il proprio partito, sulla base di una buona amministrazione e di una decisa chiusura con pratiche di utilizzo di denaro pubblico che non solo costituiscono reato ma indignano i cittadini oltre misura e li allontanano sempre più dalla politica.
La vittoria è delegittimata: i cultori di questo mantra, ripetuto come una cantilena rassicurante per i perdenti di mestiere che possono solo gioire delle difficoltà altrui, con l'aggravante di aver però contribuito a crearle a danno della propria parte politica, dovrebbero coerentemente sostenere, sulla base dello stesso strampalato principio, che tutti i Presidenti degli Stati Uniti, tanto per fare l'esempio più eclatante anche se non l'unico, siano stati degli usurpatori, vista la bassa affluenza che da sempre caratterizza le elezioni presidenziali americane, dove pure la posta in gioco è altissima. In realtà, i poverini dovrebbero smettere di pensare che la vittoria sia solo plebiscitaria, come ai tempi del pensiero unico e dello schieramento ideologico a loro tanto cari tuttora, e comprendere una volta per tutte che in democrazia vince chi prende più voti, punto. La legittimazione è data dall'atto stesso della convocazione elettorale e dal suo regolare e libero svolgimento, e gli astenuti, paradossalmente, affidano una delega in bianco al vincitore, avendo scelto di non votare, mica di fare la rivoluzione, altrimenti avrebbero espresso la loro disapprovazione in ben altri modi. Fondando un nuovo partito, ad esempio. Cosa che non è avvenuta.
Il trionfo di Salvini: posto che, rispetto alle precedenti elezioni regionali, la Lega ha perso circa cinquantamila voti, vista la flessione dei votanti che ha colpito tutti i partiti, il dato generale non lo premia, mentre è chiaro che il senso vero della vittoria sta nell'aver doppiato Forza Italia e soprattutto nell'essersi ripreso i voti che negli anni passati la Lega aveva ceduto a Grillo. Il che non stupisce affatto, visto che i due leaders sostengono le stesse cose, sparano le stesse scempiaggini, senza peraltro mai sottostare all'obbligo di fornirci debite e puntuali spiegazioni; siamo sempre in fervente attesa di sapere come, a quale prezzo e pagato come e da chi si dovrebbe uscire dall'euro, secondo questi poderosi statisti della chiacchiera al bar, ad esempio, ma capiamo che più di tanto non si possa pretendere da loro. Dunque, il travaso di voti da MS5 a Lega è del tutto naturale, la demagogia populista è la stessa, diverso è il quadro se lo si rapporta ad una cornice nazionale, perchè se è vero che la sbornia grillina è passata, ed è stato sufficiente un anno e mezzo alla prova del Parlamento per scoprire il bluff, è vero anche che inizialmente aveva fatto presa un po' in tutta Italia, obbiettivo che invece si configura molto più difficile da raggiungere per Salvini, vista tutta la paccottiglia nordista da lui sempre propagandata. E anche se oggi si fa furbo e non parla più di Padania, ciò non basta a garantirgli il voto del Sud. Neanche recuperando quel che resta dei grillini, e spostandosi definitivamente a destra, dove gli elettori di Forza Italia non lo seguirebbero, e certo i numeri risibili raccolti dalla Meloni anche a questo giro non autorizzano ottimistiche previsioni.
Il Patto del Nazareno ha resuscitato Berlusconi: è da gennaio che ridiamo di questa colossale scempiaggine che oggi, numeri alla mano, evidenzia tutta la pochezza di chi l'ha partorita. Il prossimo che ancora si azzarderà a pronunciarla o a scriverla, insieme all'altro imperdibile must "Renzi è il figlio di Berlusconi", vincerà con pieno merito un emozionante giro al campo Rom con Salvini, che è l'unico vero figlio che il caro leader ci ha lasciato grazie a vent'anni di assoluta incapacità nella costruzione di una classe dirigente degna di questo nome. E forse, visti i risultati, neanche Silvio l'highlander oggi si augurerebbe di resuscitare politicamente un'altra volta. L'elmo con le corna, tanto caro ai raduni leghisti alla sorgente del Po, lo spettinerebbe rovinosamente.

ChiBo

lunedì 17 novembre 2014

A carte scoperte

Il gioco degli equivoci che ha caratterizzato tutta la Seconda Repubblica, impostata su un bipolarismo fasullo che ha aggravato la paralisi decisionale della nostra politica malata, è arrivato alla fase finale, un po' per la propria debolezza di fondo che non poteva reggere oltre l'esasperante rito della concertazione come eterno rinvio della ricerca di soluzioni, e molto per l'urto inevitabile e pressante con la reale condizione del paese, bloccato in tutto e non più in condizioni di sopportare ancora lo stallo asfittico  cui si erano inchiodate da sole le istituzioni, i partiti, i governi.
Oggi, sia pure ancora con molte incognite dovute soprattutto al sopravvivere di vecchie e malsane abitudini politiche, ci stiamo faticosamente avviando là dove, se avessimo avuto coraggio, visione del futuro e senso di responsabilità, avremmo dovuto doverosamente collocarci dopo Tangentopoli e Mani Pulite, se fossimo stati pronti a mettere da parte un sistema malato e corrotto che infine era imploso, mostrando il suo vero volto, i suoi evidenti limiti e le sue tossiche attitudini passatiste e conservatrici consolidate da un metodo concertativo che, nel fittizio gioco delle parti, vedeva in realtà tutti d'accordo in difesa delle proprie rendite di posizione. Ma pronti non eravamo, ed abbiamo pagato il prezzo altissimo di ulteriori vent'anni perduti che oggi ci schiacciano sotto un ritardo abissale e difficile da colmare in poco tempo, ma almeno un passo avanti lo abbiamo fatto, prendendo atto degli errori del passato ed acquisendo la consapevolezza che questo paese va risollevato partendo da un fondamentale obiettivo che è quello della chiarezza. Prima di tutto verso gli elettori.
Le coalizioni acchiappavoti che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica, ammucchiate di sigle divise su tutto e dunque incapaci di governare, una volta incassato il voto, per eccesso di spinte centrifughe e di veti incrociati, di rivalità interne e di posizionamenti conservativi, sono ormai improponibili ad un elettorato che chiede chiarezza di intenti e di programmi e non è più disposto a tollerare ambiguità e galleggiamenti di alcun genere. E in questo senso, è un bene che la legge elettorale in discussione spinga sul voto di lista, invece che di coalizione, perchè questa è prima di tutto una assunzione di responsabilità nei confronti degli elettori, un obbligo di chiarezza di posizioni e di contenuti cui tutti sono chiamati, una volta per tutte, senza pretendere di far parte di un gruppo solo per velleità di governo, ma lavorando poi ogni giorno per minarne la stabilità e l'operatività dall'interno solo per un misero gioco di forze correntizie in perenne misurazione del proprio potere di veto.
Dunque, la nascente "cosa rossa" a sinistra del Pd, è bene che si costituisca e si definisca al più presto, sommando i resti di Sel, la minoranza sconfitta dei Fassina, dei Civati, dei Cuperlo, la parte identitaria che si specchia ancora nella CGIL, per poi presentarsi finalmente con chiarezza e trasparenza all'elettorato, sulla base di un proprio programma di governo, e non più annidata nelle fila del Pd, pronta a rimettere in discussione ad ogni piè sospinto decisioni prese a maggioranza dalla Direzione del partito, dilatando così all'infinito i tempi del cammino delle riforme. È bene, ma soprattutto è necessario e doveroso, che costoro, preso atto della loro diversità antropologica e culturale, prima ancora che politica, dalla maggioranza attuale del Pd, si stacchino e portino la loro lotta all'esterno, in campo aperto, a viso scoperto, rischiando in proprio e, prima di tutto, sottoponendosi al giudizio degli elettori, come avviene in democrazia.
Questo comporterà di certo due vantaggi: il primo, una chiarezza di offerta politica nei confronti dell'elettorato che saprà esattamente entro quali termini si muoverà il Pd, ed entro quali termini si muoverà invece la "cosa rossa" e potrà dunque scegliere senza dover poi pagare il prezzo di ambiguità e di postumi riposizionamenti dopo il voto, nell'eterno gioco delle correnti e degli sconfitti che vogliono invece comportarsi da vincitori. Il secondo vantaggio sarà per tutti, ovvero quello di poter finalmente distinguere con chiarezza fra le forze in campo, tra una sinistra riformista, collocata nell'ambito delle forze europee dello stesso avviso, ed una sinistra antagonista e passatista che è andata a cercarsi un leader greco per presentarsi alle ultime elezioni e che, nel nostro paese, riunisce un fronte di leaderini minimi, da Vendola in giù, costretto a fare aggio sulle manifestazioni sindacali per presentarsi in piazza, ed a rimangiarsi tutto quanto sostenuto a suo tempo firmando programmi di coalizione - in primis, l'europeismo professato dal Pd - ora che il partito non è più "cosa loro". E d'altronde, nelle democrazie evolute si distingue sempre una sinistra riformista da una estrema e conservatrice, dunque a questo dobbiamo arrivare anche in Italia, uscendo una volta per tutte dal comodo terreno dell'ambiguità che è stato solo fertile coltura di rendite di posizione per personaggini che, altrimenti, mai nessuno avrebbe nemmeno sentito nominare.
Lo stesso processo si sta avviando a destra, dove Salvini ormai parla chiaramente di voler costituire una destra lepenista - e non più un centrodestra, per totale dissoluzione del centro - e giustamente si rivolge alla Meloni, anche se poi, con quella furbizia bertoldesca che lo contraddistingue, non rinuncia ai giochetti della vecchia politica, stringendo alleanze locali con Forza Italia - come ha fatto di recente in Toscana, per le prossime elezioni regionali - mentre a livello nazionale annuncia di voler scaricare Berlusconi. È evidente che, in territori dove raccoglie poco o nulla in termini di voti, Salvini miri a limitare il danno alleandosi con chi pure dichiara di voler rinnegare, ma in termini generali vale anche qui quanto detto per l'area di sinistra, ovvero che la costituzione di un soggetto di destra, senza ambiguità programmatiche e con intenti dichiarati, farà chiarezza anche in questo campo, e distinguerà fra una destra moderata - che resiste nel Patto del Nazareno, per volontà del solo Berlusconi, ma è inesistente in termini di leadership e programmi, come sempre, al di fuori di lui - ed una estremista, consentendo dunque agli elettori di fare una scelta chiara e netta, senza manfrine postume come quelle che abbiamo visto consumarsi negli anni tra Bossi, Fini e Casini, tutti in gara per il delfinato, e tutti sconfitti dalle proprie ambizioni. Senza alcun rispetto di chi li aveva votati entro una sola coalizione.
In questo quadro, scompare il cosiddetto "centro" che poi è stato la vera, profonda, immobile palude che ha fin qui fagocitato ogni scintilla di movimento riformista ed ha impedito ogni tentativo di cambiamento, avviluppandolo nelle spire dei propri riti paralizzanti. Il bipolarismo vero prevede forze chiare e definite, posizionate e dichiarate, non ha centri ma regole precise: chi vince governa e se ne assume la responsabilità di fronte agli elettori che hanno potuto esprimere il loro voto senza ambiguità o rischi di veder poi rovesciati i programmi all'interno del partito da loro votato. Si gioca a carte scoperte, come è giusto che sia in una democrazia matura, quella che non siamo mai stati ma che forse, stavolta, alla buonora, diventeremo.

ChiBo

giovedì 30 ottobre 2014

Burattinai disoccupati Social Club

Si è molto scritto, in questi giorni, su quella parte di sinistra che ha sostituito con l'antirenzismo viscerale l'antiberlusconismo militante dell'ultimo ventennio, usato contemporaneamente come unico collante di forze altrimenti disgregate e divise su tutto, e come copertura del totale vuoto di idee e di progettualità politica che ha causato il progressivo ripiegamento e la consistente perdita di voti del Pd e dei suoi alleati. In effetti, i toni sono gli stessi, stessa è la affannosa ricerca di una delegittimazione ad ogni costo anche se, in questo caso, contro ogni logica visto che Renzi è stato eletto Segretario del Pd con le primarie, con i voti di quasi due milioni di elettori del partito, e dunque farlo passare per un alieno usurpatore è esercizio un tantino più complesso della rappresentazione che invece si è fatta negli anni di Berlusconi, come prodotto di un bacino elettorale di minus habens ipnotizzati dalle sue reti televisive, ma tant'è, nel furore della battaglia a difesa delle rendite di posizione non si può pretendere che partecipi anche la logica, specie quando l'invettiva lanciata a casaccio è tanto più efficace, mediaticamente, e tanto meno faticosa del ragionamento.
Ma in questa condivisibile analisi dei fatti, manca una categoria, a completamento del quadro dello scontro in atto, ed è quella più subdola, più sottile, più arrogante perchè travestita da saggia osservatrice che vorrebbe vendersi per distaccata e razionale, e dunque obbiettiva e disinteressata, e naturalmente preoccupata solo delle sorti del paese, mentre invece patisce male, e metabolizza peggio, la propria caduta dalla cattedra dove si era, del tutto immeritatamente, installata. La categoria dei burattinai rimasti disoccupati merita davvero un approfondimento a parte, un ritrattino ad hoc, prima che sparisca nell'oblio, perchè ne resti comunque il ricordo, insieme a quello del danno che ci ha procurato e che ancora tenta di procurarci, con le residue forze - per fortuna sempre più esigue - che le sono rimaste.
I componenti di questo Social Club per reduci di lungo corso, si distinguono per due significative caratteristiche: hanno partecipato, a vario titolo e spesso per lungo tempo, al governo di comuni, province, regioni, partecipate, enti pubblici, ed hanno fatto politica nella  Prima e nella Seconda Repubblica seguendo il consolidato schema consociativo per cui si fa finta di scontrarci ma intanto si regna tutti insieme, ci si accorda su tutto, ci si blocca amabilmente con piccoli quanto redditizi poteri di veto da far valer negli immancabili quanto inconcludenti tavoli delle trattative, e intanto si resta tutti solidamente al proprio posto, inanellando pensioni d'oro, vitalizi di platino, a conferma che la politica, se fatta con criterio, allunga la vita a dismisura, e certo ne migliora la qualità individuale. E pazienza se il rovescio della medaglia è la progressiva paralisi di un paese, mors tua vita mea è da sempre il primo motto della nostra repubblica corporativa.
Ora, ciò che ha sempre permesso a costoro di restare a galla, oltre ad un reddere ationem sempre rinviato più avanti, nel tempo cristallizzato di un'unica generazione al potere, sempre la stessa, al comando da settant'anni, è la loro consolidata attività di burattinai, altrimenti nota come cooptazione, ovvero: cari ragazzi state buoni e mettevi in coda, dateci retta, obbediteci, serviteci e sosteneteci fedelmente, poi quando avrete almeno cinquant'anni vi permetteremo di accedere ad incarichi più alti, ma sempre restando sotto la nostra ferma ed inoppugnabile guida, chè qui comandiamo noi e su questo non si discute.
Dunque, il problema che ora li intossica, e li spinge all'ultima, si spera, disperata offensiva mascherata niente meno che da lotta contro il nuovo tiranno Renzi, è che costui ha osato fare a meno di loro, costituendo un precedente pericolosissimo perchè potenzialmente letale per la sopravvivenza dell'intera categoria. Ci hanno provato, fin dall'inizio, a manipolarlo, alcuni lo hanno persino sostenuto pensando poi di poterlo governare a loro piacimento, riproponendosi nell'eterna veste di padri nobili e consiglieri infallibili, ma stavolta gli è andata male, perchè il ragazzo ha mostrato subito una inequivocabile ed  irresistibile propensione a fare di testa sua, ed ha esercitato quel sano diritto-dovere che dovrebbe essere proprio e naturale di ogni generazione, ovvero quello di andare a conquistarsi la propria posizione senza chiedere permessi e benedizioni a nessuno, una cosa del tutto fisiologica nel resto del mondo, un atto di inaudita ribellione nel paese dell'unica sempiterna generazione al comando.
Che dunque ha cominciato a sparargli addosso, ed a farlo con furbesco cinismo, l'unico ingrediente che permette di proporre continue giravolte di pensiero spacciate per profetiche previsioni almeno tre volte al dì. O alla settimana, o al mese, a seconda dei tempi di reazione necessari ad assorbire ogni malaugurio caduto nel vuoto ed a reinventarsi esperti nella strategia del nulla mischiato con qualche amena bugia. La tattica è questa: sorvolare saggiamente su ogni responsabilità maturata nel disastro di questo paese, riproporre vecchi cavalli di battaglia, già ampiamente falliti ma sempre buoni per i poveri di spirito, agitare lo spettro della democrazia in pericolo, aggiungere la profezia del tiranno in pectore, e spostare sempre l'asticella un po' più in là, ad ogni previsione sbagliata. Cadrà sul Senato, no, sul Jobs Act, no, sulla Finanziaria, no, in Europa - prossima fermata, temiamo, i disordini di piazza.
E intanto, ripetere che Renzi "non ascolta", messaggio in codice per dire che non ascolta costoro, i saggi, i manovratori, i gestori della cosa pubblica mandata allo sfascio.
E intanto, deridere i suoi elettori, quelli che vanno alla Leopolda, e non si capisce, perbacco, perchè invece non siano accorsi in massa a qualche ristretta riunione di reduci e vecchie glorie dello zero virgola nulla, ad imparare come si fa a stare al mondo e galleggiare sempre. E davvero questi giovani sono maleducati e riottosi, preferiscono andare a sentire uno di loro, che li spinge a non aspettarsi nulla dall'alto ma a battersi per ciò che vogliono conquistare, invece di partecipare ad un bel convegno sulla necessità di inchiodare ancora questo paese  per un paio d'anni con una bella, vasta, colta, saggia, interminabile e del tutto inutile discussione sulle riforme. Come se averne parlato per trent'anni non fosse stato abbastanza.
E intanto, ammiccare fra nati imparati e nati tutelati, fra un Social ed un club privè, fra una fondazione ed un convegnino, fra un "fummo i gattopardi" ed il "abbiamo ancora ragione noi ma ce lo diciamo fra pochi, che costruire consenso e voti pare brutto ed anche un tantino, ecco, cheap".
E intanto, continuare a raccontarsela, guardando sempre indietro, senza mai riconoscere i proprio errori, per carità, come se il presente non esistesse ed il futuro non fosse tutto da costruire.
E intanto, illividire di meschino rancore per chi, a differenza loro, ha fatto a meno di padri e padrini, di manipolatori e burattinai, e testardamente va avanti da solo, aprendo la strada ad una nuova generazione ma anche, già, a quella che la seguirà.
E intanto, non capire che questo paese ha già scelto, e non per mancanza di alternative - ultimo desolante alibi degli sconfitti da se stessi - ma perchè ha finalmente capito una lezione importante, ovvero che è meglio pagare gli inevitabili errori di inesperienza di una nuova generazione, piuttosto che continuare a pagare il conto senza fine di quelli che ci hanno portato a questo disastro.
Con buona pace del Burattinai disoccupati Social Club.

ChiBo

lunedì 27 ottobre 2014

Due sinistre e un sindacato

Tutto ruota intorno ad una domanda: le 19.000 persone di ogni età e condizione sociale che per tre giorni hanno affollato la Leopolda - dove, giova ricordarlo, sono arrivate a spese loro - partecipando animatamente e costruttivamente ai cento tavoli di confronto, possono essere considerate parte di quel "paese reale" che, invece, è stato individuato a prescindere nella piazza di San Giovanni? Sono cittadini come gli altri, oppure la loro scelta di riconoscersi nella politica come laboratorio di idee e progetti, invece che come prova muscolare affidata al rilievo numerico, li colloca in una categoria parallela, per non dire aliena, per non sottintendere estranea, alla vita sociale e civile di questo paese?
La domanda non è oziosa, men che meno pretestuosa, non solo perchè la si è colta ovunque, alla Leopolda, via via che arrivavano da Roma le dichiarazioni dal palco e dalla piazza della manifestazione, ma soprattutto perchè riflette bene la reale linea di confine che da tempo si è trasformata in vera e propria trincea interna al Pd, da quando Renzi lo ha conquistato vincendo le primarie e diventandone il Segretario, scelto dagli elettori ma inviso alla vecchia, non solo anagraficamente, classe dirigente. Che lo avversa, lo percepisce estraneo e lo respinge come un virus aggressivo che mette a dura prova gli anticorpi indeboliti da anni di frequentazione di spazi sempre più ristretti ed autoreferenziali. E che trasferisce questa avversione su coloro che lo appoggiano, non riconoscendoli come un corpo elettorale ma come un corpo estraneo, non collocabile entro un bacino identitario, non riconducibile ad una tradizione precisa, ad una formazione univoca, ad una matrice comune radicata nel passato, e dunque una entità da temere e da respingere - come nelle sciagurate primarie Bersani-Renzi - non certo da accogliere per compiere finalmente quella vocazione maggioritaria che ancora viene considerata una perdita irreparabile di identità, invece che una ragionevole e costruttiva operazione di allargamento dei propri confini politici ed anche, o prima ancora, sociali e culturali.
Da questo punto di vista, la scissione si è già verificata da tempo, e la giornata di sabato l'ha solo rappresentata plasticamente. La ex maggioranza, divenuta minoranza per volere del proprio stesso elettorato, quello che ha scelto Renzi come Segretario, incapace di metabolizzare le ragioni della propria sconfitta, e men che meno di riconoscerle, sceglie di giocare su due tavoli, dentro e fuori il Pd, per pavidità ed ipocrisia, riducendosi ad accodarsi ad una manifestazione sindacale invece di assumersi in prima persona le proprie responsabilità e compiere un gesto coerente, fondando un nuovo soggetto a sinistra che, però, con grande probabilità li condannerebbe all'inesistenza per esiguità di consensi. Chè le piazze piene, diceva saggiamente qualcuno, portano urne vuote e, aggiungiamo, oggi la mobilità elettorale è diventata una realtà con cui fare i conti anche in Italia, come hanno dimostrato le ultime elezioni politiche ed europee.
La nuova maggioranza invece ha scelto di giocare su un tavolo solo, molto più ampio, quello dell'inclusività sulla base di una confluenza trasversale di intenti intorno ad un progetto, ad una proposta di approccio e soluzione dei problemi endemici del nostro paese; un tavolo riformista che, a differenza delle eterne discussioni sul nulla mai approdate ad alcunchè, pone degli obbiettivi, si da dei tempi stretti e poi decide ed agisce di conseguenza. Il cosiddetto partito della Leopolda, nato da questi presupposti, aperto a tutti quelli che vogliano partecipare, senza barriere ideologiche, senza spocchie e snobismi di casta, senza giuramenti per la vita, grazie al pragmatismo estremo e lucido di un leader che sa benissimo che il consenso, quello che poi si traduce in voti, oggi non è più dato da una fede immobile e dogmatica praticata a prescindere, ma è invece una fiducia a tempo che si concede e poi si ridiscute sulla base dei risultati ottenuti.
Dunque, fra il palco - non la piazza, il palco, e chi ci sta sopra - di San Giovanni, e la Leopolda, corre la stessa abissale e non riassorbibile distanza che separa due secoli, quello scorso e l'attuale, e due concezioni della politica, quella conclusa per sempre degli "ismi" novecenteschi e quella mobile e liquida di oggi. Le due sinistre del Pd quindi sono reali, ed il sindacato della Camusso funge da foglia di fico di una delle due, quella oggi minoritaria ma per decenni imperante e paralizzante con cui è andato a braccetto, fino ad arrivare a confondersi, a travasarsi, a condividere leaders e prese di posizione sempre in chiave immobilista e corporativa.
È gioco facile sottolineare come la sinistra che non votò lo Statuto dei lavoratori oggi lo difende, accodandosi al sindacato che ne ha fatto un feticcio senza però applicarlo in casa propria, visto che l'articolo 18 per loro non vale, con il risultato che le grandi controproposte fatte al governo dell'usurpatore Renzi si riassumono in una patrimoniale e nella conservazione di uno status quo invece che nell'estensione di diritti da pochi a tutti. È  gioco facile anche rilevare che la reiterazione dei propri errori è la vera malattia di una sinistra incapace di imparare almeno dal proprio passato, che sconsiglierebbe di scendere in piazza contro un governo ed un Premier espressi dal proprio partito, ma che suggerirebbe anche di liberarsi da questa sovrapposizione totale con il sindacato che, per chi fa dell'identità una ragione stessa di esistenza, non è affatto prova di coerenza ma, semmai, di eccessiva debolezza e di estrema labilità dei propri tratti distintivi.
È gioco ancor più facile osservare che certe livorose esternazioni verso un elettorato percepito come estraneo fino a definirlo addirittura "imbarazzante" sono solo pesanti boomerang destinati a ricadere addosso a chi li ha lanciati con tanta spocchiosa prosopopea, specie se dall'altra parte c'è chi apre le porte a tutti sulla base di un principio di appartenenza a questo paese che è molto più ampio ed inclusivo del limitato e passatista vincolo di bandiera, ristretto nei confini rigidi dell'ortodossia di partito. Perché questi giurassici sopravvissuti a se stessi ed ai propri macroscopici errori stanno scontando già la giusta pena del contrappasso, ovvero scomparire nella minorità da loro accuratamente coltivata e difesa, mentre la vocazione maggioritaria finalmente si afferma come principio di autentica democrazia partecipata: Italia bene comune, slogan della clamorosa sconfitta della Ditta bersaniana, si realizza invece grazie a Renzi ed alla esperienza della Leopolda, che non è un partito ma un luogo dove si è detto che tutti sono benvenuti se davvero desiderano contribuire al bene comune che tutti condividiamo, nel bene e nel male, ovvero le sorti del nostro paese.
Dunque, la scissione è già in atto, ci sono due sinistre ed un sindacato a fare da stampella ad una delle due, e l'unica vera differenza è fra chi è capace di leggere la contemporaneità  e di tradurla in progetto politico che costruisca il futuro, e chi invece resta aggrappato ad un mondo che non c'è più evocandolo in raduni di piazza che paiono sedute spiritiche atte a resuscitare il passato che, però, ha la stessa inconsistenza dei fantasmi. Puoi ancora vederli, ma non hanno più nè peso nè voce. E neanche votano.

ChiBo