Un tempo, qualcuno identificò il gap generazionale nella fatidica domanda "chiedi chi erano i Beatles", invitando a porla ad una ragazzina quindicenne che candidamente, e persino con qualche ragione, avrebbe risposto "ma chi erano mai questi Beatles?" - le canzoni, si sa, spesso anticipano l'archeologia sociale di cui è vittima ogni generazione, come da legge di natura. Oggi, bisognerebbe aggiornare il quesito e domandare ad un qualunque giovane in cerca di un lavoro "chi è la Camusso" - ammesso, e non concesso, che questi sia al corrente dell'esistenza di cotanto personaggio, di certo risponderebbe che di lei non gliene cale alcunchè, ed avrebbe le stesse ottime ragioni, per dirlo, della ragazzina che ignorava l'esistenza dei Beatles.
Perchè la leader di un sindacato che, su circa cinque milioni di iscritti, ne ha quasi quattro di pensionati, in effetti ad un giovane ha poco o nulla da dire, e neanche per evidenti limiti anagrafici, ma per manifesti limiti del concetto stesso di lavoro da lei rappresentato. Una sorta di pianeta immaginario dove dalla nascita alla morte si conserva lo stesso posto, nello stesso luogo, nella stessa azienda e nello stesso settore, pubblico o privato che sia, con gli scatti di anzianità previsti a prescindere, la rigidità inflessibile dei rituali contrattuali, l'inamovibilità garantita che impedisce uno spostamento persino da una scrivania all'altra, e la certezza del reintegro qualunque cosa accada. Un pianeta anche di limitate dimensioni, quello del lavoro dipendente, pubblico o privato, e di indubbi privilegi rispetto alla giungla vasta ed oscura dei liberi professionisti, dei collaboratori a vario titolo, ma sempre a tempo determinato, dei precari in genere, costretti, e spesso persino interessati, un vero scandalo, a spostarsi di sede, a cambiare mansioni, a formarsi per migliorare, e del tutto privi di quel bagaglio confortante di ipertutele, meglio note come diritti acquisiti - e dunque promossi al rango di inalienabili - di cui i sindacati per decenni hanno dotato i loro iscritti, dimenticandosi di tutti gli altri.
Salvo salire su un palco ogni tanto a strillare che il precariato è una vergogna e che lo stato deve investire per creare posti di lavoro - e nessuno che gli abbia mai fatto presente che lo stato non fa impresa, mentre invece amministra, e dunque il compito di chi governa è di mettere in condizione l'impresa di creare lavoro, e non di assumere questo onere in prima persona. Anche perchè, quando questo accade, in virtù di quelle botte clientelari cui tutti i partiti vanno soggetti proprio come alle malattie infettive, si creano casi magistrali come quello dei forestali della Calabria, che da soli sono il doppio di quelli del Canada, oppure dei duemila portatori di carte della Regione Sicilia assunti per spostare documenti da un piano all'altro del Palazzo della Regione, chè fare una mail interna con le carte scannerizzate pareva brutto ed impersonale, vuoi mettere la carineria della consegna a mano?! Altro stile, altra eleganza.
Dunque, ad un giovane della Camusso non può importare di meno, poichè non è in alcun modo rappresentato da lei e dal suo archeologico sindacato, figuriamoci dal suo corporativo e persino elitario concetto di lavoro. Men che meno, poi, può importargli di quella costante e lucrosa attività, esercitata come primaria occupazione da associazioni sindacali e non solo, altrimenti detta tavolo delle parti sociali, dove negli anni, e con la colpevole complicità di una politica imbelle, fragilissima e per di più totalmente dipendente dai propri serbatoi elettorali, è passato il concetto che le parti sociali, che rappresentano singoli interessi corporativi, siano prevalenti e persino prevaricanti rispetto agli eletti dai cittadini, dotati dunque di un legittimo mandato a governare e decidere, fino a rovesciare le parti della rappresentanza democratica.
Il diritto di veto e di ricatto, le posizioni ostative ed ostili, lo spettro della piazza in sciopero, sono state armi efficaci in mano alle parti sociali, che hanno avuto buon gioco a far prevalere gli interessi di una singola categoria rispetto a quelli di un intero paese, tutelando solo i fortunati estratti alla lotteria del posto fisso e voltando le spalle a tutti gli altri - ma siccome questo non era sufficiente, si sono anche messi di impegno ad ostacolare coloro che già erano stati reietti, per esempio demonizzando le partite IVA, per esempio rendendo impossibile ogni più piccola modifica al mercato del lavoro fino a paralizzarlo completamente, in nome di intoccabili tabù come l'articolo 18, che riguarda in realtà pochi lavoratori ma sono proprio quelli che risiedono stabilmente sotto la protezione dei sindacati. Al punto che, oggi, al giovane cui della Camusso non importa nulla, pare di capire, e non è lontano dal vero, che questi personaggi preferiscano una generazione senza lavoro, ad una generazione messa in grado di affrontare gli effetti della globalizzazione sul mercato del lavoro con strumenti adeguati, primo fra tutti la flessibilità.
E se questa vergognosa e pretestuosa barricata messa in piedi dalla tristemente nota compagnia di giro composta da sindacati e vecchia sinistra ancora intenzionata a rivalersi delle proprie sconfitte, a costo di farlo sulla pelle viva di questo paese al collasso, peraltro per colpa loro, se questo monumento nostalgico e barricadiero innalzato da quelli che sono stati e sono ancora la negazione di ogni forma di lettura della contemporaneità, non cade finalmente per un atto di sano e persino disperato buon senso, politico e sociale, cadrà invece pesantemente il sistema bloccato e corporativo che costoro hanno costruito, e cadrà addosso a tutti noi, iper tutelati compresi, perchè così come è non può più reggere e sta morendo di mancata crescita.
Dunque, non stupitevi se chiederete ad un giovane "chi è la Camusso", e quello vi risponderà: "ah sì, quella che in Jurassic Park usciva dall'uovo di dinosauro".
ChiBo
lunedì 22 settembre 2014
lunedì 15 settembre 2014
Chi ha paura del post-ideologismo?
Sostiene Scalfari, nella sua omelia domenicale, che il vero problema dell'attuale Pd sia quello di avere un Segretario post-ideologico ed una nuova, intesa anche come giovane, dirigenza non connotata ideologicamente, che segnano una sorta di spartiacque con il passato recente e remoto della vita politica italiana, condizionando per di più negativamente l'azione di governo.
Nell'interpretazione scalfariana, ciò costituisce un passaggio esecrabile verso un sostanziale impoverimento della capacità di visione e dunque di progettazione che la politica, per sua stessa natura, dovrebbe possedere, in favore invece di una riduttiva, limitante e limitata strategia del qui ed ora, ovvero della lettura quotidiana del presente sostituita alla potenza immaginifica del futuro.
Ma per chi ha buona memoria delle vicende della Prima e della Seconda Repubblica, e conosce, anche per averla vissuta in prima persona, tanta parte della storia politica e sociale del Novecento italiano, potrebbe essere facile, e persino doveroso, rovesciare quanto scritto da Scalfari in positivo, riconoscendo in questo passaggio al post-ideologismo - sia pure molto tardivo rispetto agli eventi storici che hanno messo fine al secolo breve, e per di più raggiunto a strattoni e, per ora, in maniera non organica e culturalmente radicata - un fattore di superamento dello stallo imposto da opposte fazioni che ha caratterizzato tutta la nostra storia repubblicana, conducendo di fatto il nostro paese ad una paralisi politica, economica e sociale da cui possiamo uscire solo tagliando definitivamente il soffocante cordone ombelicale delle ideologie tradizionali.
Perchè se è vero, come scrive Scalfari, che nessuno di noi può dirsi privo di ideologia, platonicamente intesa come modello ideale di valori e principi cui facciamo riferimento, è purtroppo anche vero che la politica italiana si è nutrita di ideologismi, che sono i derivati tossici, infruttuosi e per di più poverissimi del modello ideale, quelli che hanno comportato la trasformazione costante e devastante della dialettica politica in perenne ed accidioso scontro tribale, fermando sul nascere ogni tentativo di riforma e di cambiamento, impantanandolo nella melmosa ed improduttiva querelle retorica che è l'unica cosa che i partiti hanno saputo produrre negli ultimi decenni.
Quindi il velenoso "neoliberista" contrapposto allo sprezzante "statalista", il classico "capitalista" opposto al sempre verde "populista", e così via, hanno trasformato in categorie politiche in perenne conflitto le idee che pure li avevano generati ma di cui, nel frattempo, si era persa ogni traccia e, peggio, ogni residua memoria del principio che le aveva ispirate, riducendo il tutto ad una mera contrapposizione fra blocchi corporativi, ognuno in difesa dei privilegi conquistati, e tutti uniti nel voler mantenere il più a lungo possibile lo status quo ante. Che è l'esatto contrario di quella visione del futuro dinamica e progettuale che invece Scalfari attribuisce alla vecchia politica, sbagliando, perchè è la stessa politica che non ha saputo riformare se stessa ed il nostro paese, quella che ha sempre rimandato ogni cambiamento ed ha finito per consegnarsi nella mani dei tecnici, per manifesta impotenza a gestire persino una uscita di scena dignitosa dopo il proprio clamoroso fallimento.
Dunque, oggi abbiamo sommamente bisogno di post-ideologismo che, a spanne, pare essere l'unico modo per lasciarsi per sempre alle spalle le tribù politiche del Novecento ancora resistenti nel terzo millennio, e ripartire su basi diverse, che non sono prive di idee, come lascia intendere Scalfari fra le righe, ma che ne portano di nuove, a cominciare da quella di un partito che non sia solo un patto scellerato ed elefantiaco fra correnti, ma uno strumento più agile e duttile per agevolare il rapporto tra politica e cittadini, e fra questi e chi li rappresenta, degnandosi persino di ascoltarli e consultarli.
Ma, soprattutto, abbiamo disperatamente bisogno di quella politica del qui ed ora, che Scalfari addita come povera e riduttiva, perchè è quella che ci è sempre mancata, portandoci al disastro di oggi. È la politica del "si fa perchè è necessario e non rinviabile", opposta alla politica del "apriamo un tavolo, convochiamo una Commissione, istituiamo una Costituente" tanto cara ai cultori degli ideologismi e tanto utile a tenere tutto fermo, decennio dopo decennio, nella perenne attesa di quel Godot che in Italia è meglio noto con il nome di riforme.
E per fare qui ed ora, sia chiaro, una visione del futuro bisogna pur averla, non è una navigazione a vista ma una procedura di progressivo avvicinamento agli obbiettivi che una politica pragmatica deve necessariamente porsi, ma che, a differenza del passato, non può più limitarsi a collocarli in un futuro ipotetico e sempre spostato in avanti, immettendo invece nell'impegno quotidiano quella incisiva e concreta operatività che, fino qui, è sempre stata demandata agli eterni tavoli dei saggi mai giunti a risultato alcuno.
ChiBo
Nell'interpretazione scalfariana, ciò costituisce un passaggio esecrabile verso un sostanziale impoverimento della capacità di visione e dunque di progettazione che la politica, per sua stessa natura, dovrebbe possedere, in favore invece di una riduttiva, limitante e limitata strategia del qui ed ora, ovvero della lettura quotidiana del presente sostituita alla potenza immaginifica del futuro.
Ma per chi ha buona memoria delle vicende della Prima e della Seconda Repubblica, e conosce, anche per averla vissuta in prima persona, tanta parte della storia politica e sociale del Novecento italiano, potrebbe essere facile, e persino doveroso, rovesciare quanto scritto da Scalfari in positivo, riconoscendo in questo passaggio al post-ideologismo - sia pure molto tardivo rispetto agli eventi storici che hanno messo fine al secolo breve, e per di più raggiunto a strattoni e, per ora, in maniera non organica e culturalmente radicata - un fattore di superamento dello stallo imposto da opposte fazioni che ha caratterizzato tutta la nostra storia repubblicana, conducendo di fatto il nostro paese ad una paralisi politica, economica e sociale da cui possiamo uscire solo tagliando definitivamente il soffocante cordone ombelicale delle ideologie tradizionali.
Perchè se è vero, come scrive Scalfari, che nessuno di noi può dirsi privo di ideologia, platonicamente intesa come modello ideale di valori e principi cui facciamo riferimento, è purtroppo anche vero che la politica italiana si è nutrita di ideologismi, che sono i derivati tossici, infruttuosi e per di più poverissimi del modello ideale, quelli che hanno comportato la trasformazione costante e devastante della dialettica politica in perenne ed accidioso scontro tribale, fermando sul nascere ogni tentativo di riforma e di cambiamento, impantanandolo nella melmosa ed improduttiva querelle retorica che è l'unica cosa che i partiti hanno saputo produrre negli ultimi decenni.
Quindi il velenoso "neoliberista" contrapposto allo sprezzante "statalista", il classico "capitalista" opposto al sempre verde "populista", e così via, hanno trasformato in categorie politiche in perenne conflitto le idee che pure li avevano generati ma di cui, nel frattempo, si era persa ogni traccia e, peggio, ogni residua memoria del principio che le aveva ispirate, riducendo il tutto ad una mera contrapposizione fra blocchi corporativi, ognuno in difesa dei privilegi conquistati, e tutti uniti nel voler mantenere il più a lungo possibile lo status quo ante. Che è l'esatto contrario di quella visione del futuro dinamica e progettuale che invece Scalfari attribuisce alla vecchia politica, sbagliando, perchè è la stessa politica che non ha saputo riformare se stessa ed il nostro paese, quella che ha sempre rimandato ogni cambiamento ed ha finito per consegnarsi nella mani dei tecnici, per manifesta impotenza a gestire persino una uscita di scena dignitosa dopo il proprio clamoroso fallimento.
Dunque, oggi abbiamo sommamente bisogno di post-ideologismo che, a spanne, pare essere l'unico modo per lasciarsi per sempre alle spalle le tribù politiche del Novecento ancora resistenti nel terzo millennio, e ripartire su basi diverse, che non sono prive di idee, come lascia intendere Scalfari fra le righe, ma che ne portano di nuove, a cominciare da quella di un partito che non sia solo un patto scellerato ed elefantiaco fra correnti, ma uno strumento più agile e duttile per agevolare il rapporto tra politica e cittadini, e fra questi e chi li rappresenta, degnandosi persino di ascoltarli e consultarli.
Ma, soprattutto, abbiamo disperatamente bisogno di quella politica del qui ed ora, che Scalfari addita come povera e riduttiva, perchè è quella che ci è sempre mancata, portandoci al disastro di oggi. È la politica del "si fa perchè è necessario e non rinviabile", opposta alla politica del "apriamo un tavolo, convochiamo una Commissione, istituiamo una Costituente" tanto cara ai cultori degli ideologismi e tanto utile a tenere tutto fermo, decennio dopo decennio, nella perenne attesa di quel Godot che in Italia è meglio noto con il nome di riforme.
E per fare qui ed ora, sia chiaro, una visione del futuro bisogna pur averla, non è una navigazione a vista ma una procedura di progressivo avvicinamento agli obbiettivi che una politica pragmatica deve necessariamente porsi, ma che, a differenza del passato, non può più limitarsi a collocarli in un futuro ipotetico e sempre spostato in avanti, immettendo invece nell'impegno quotidiano quella incisiva e concreta operatività che, fino qui, è sempre stata demandata agli eterni tavoli dei saggi mai giunti a risultato alcuno.
ChiBo
giovedì 11 settembre 2014
Tutti al Circo
Eh, lo so, siete tutti lì in trepidante attesa del più grande spettacolo dopo lo Tsunami tour - e certo si potrebbe notare che la scelta dei nomi, a volte, non porta benissimo, visto che lo Tsunami, alle europee, è ricaduto su chi lo aveva predicato, ma non stiamo qui a sottilizzare. L'evento è alle porte, e si annuncia epocale.
Certo, averlo definito di partito, con un lapsus involontario quanto significativo per chi si picca di essere un movimento e non quella cosa sporca, brutta e corrotta a prescindere che è universalmente nota come partito politico, non depone bene, però si può capire che l'entusiasmo organizzativo e, soprattutto, promozionale, abbia preso la mano al Guru della controinformazione, spingendolo involontariamente a rifugiarsi in un linguaggio buono per qualunque collaudatissima festa dell'Unità, ma sono i contenuti, perbacco, a contare davvero.
Quindi, ad esempio, la presenza annunciata di "quasi tutti i comuni" - e gli assenti, che problemi hanno, a tenerli lontani dall'imperdibile kermesse?! - dove i Cinquestelle sono entrati, prova provata, sostiene sempre il Guru, che loro stanno marciando a "velocità elevata" alla conquista del Paese. E certo, si potrebbe fargli notare che tra eleggere un semplice consigliere comunale ed un sindaco, corre una non lieve differenza, e quanto alla velocità, poi, se gli oltre tre mesi occorsi a Nogarin per mettere insieme uno straccio di giunta a Livorno, con gli assessori nominati e dismessi nel giro di ventiquattro ore per obbedire ai diktat dei meet up, costituiscono un esempio, abbiamo visto bradipi muoversi molto più velocemente. Ma, di nuovo, non si può pretendere di frenare l'enfasi propagandistica con la noiosa realtà dei fatti - e che ci azzecca, avrebbe detto qualcuno di non felicissima memoria?!
Quello che invece colpisce, e parecchio anche, da parte di chi ce la mena ormai da anni con la solfa della politica ridotta a spettacolino grazie all'informazione corrotta e complice, è il ricorso in dosi massicce alla spettacolarizzazione dell'evento, spinta alle stelle magnificando l'installazione di un palco futuristico da far morire di rabbia i Rolling Stones, noto gruppo di giovani promesse di belle speranze scelto come paradigma di modernità dal Profeta del futuro prossimo e sventuro. A dimostrazione che lo spettacolo è indegno se lo fanno gli altri, mentre è nobile e per di più innovativo quando viene usato per promettere alla gente panem et circenses.
Dunque, tutti al Circo Massimo - chè quello di Moira, purtroppo, era già tutto prenotato da tempo.
ChiBo
Certo, averlo definito di partito, con un lapsus involontario quanto significativo per chi si picca di essere un movimento e non quella cosa sporca, brutta e corrotta a prescindere che è universalmente nota come partito politico, non depone bene, però si può capire che l'entusiasmo organizzativo e, soprattutto, promozionale, abbia preso la mano al Guru della controinformazione, spingendolo involontariamente a rifugiarsi in un linguaggio buono per qualunque collaudatissima festa dell'Unità, ma sono i contenuti, perbacco, a contare davvero.
Quindi, ad esempio, la presenza annunciata di "quasi tutti i comuni" - e gli assenti, che problemi hanno, a tenerli lontani dall'imperdibile kermesse?! - dove i Cinquestelle sono entrati, prova provata, sostiene sempre il Guru, che loro stanno marciando a "velocità elevata" alla conquista del Paese. E certo, si potrebbe fargli notare che tra eleggere un semplice consigliere comunale ed un sindaco, corre una non lieve differenza, e quanto alla velocità, poi, se gli oltre tre mesi occorsi a Nogarin per mettere insieme uno straccio di giunta a Livorno, con gli assessori nominati e dismessi nel giro di ventiquattro ore per obbedire ai diktat dei meet up, costituiscono un esempio, abbiamo visto bradipi muoversi molto più velocemente. Ma, di nuovo, non si può pretendere di frenare l'enfasi propagandistica con la noiosa realtà dei fatti - e che ci azzecca, avrebbe detto qualcuno di non felicissima memoria?!
Quello che invece colpisce, e parecchio anche, da parte di chi ce la mena ormai da anni con la solfa della politica ridotta a spettacolino grazie all'informazione corrotta e complice, è il ricorso in dosi massicce alla spettacolarizzazione dell'evento, spinta alle stelle magnificando l'installazione di un palco futuristico da far morire di rabbia i Rolling Stones, noto gruppo di giovani promesse di belle speranze scelto come paradigma di modernità dal Profeta del futuro prossimo e sventuro. A dimostrazione che lo spettacolo è indegno se lo fanno gli altri, mentre è nobile e per di più innovativo quando viene usato per promettere alla gente panem et circenses.
Dunque, tutti al Circo Massimo - chè quello di Moira, purtroppo, era già tutto prenotato da tempo.
ChiBo
domenica 27 ottobre 2013
Leopoldario
Colte al volo, nei tre giorni alla Leopolda:
Domenica mattina, passa Graziano Delrio, inseguito dalle telecamere. Giovane praticante in sala stampa: "chi è quello?". Giornalista con barba bianca: "Boh, uno". Giovane praticante: "dicono che sia un ministro". Giornalista con barba bianca: "ma figurati, io non l'ho mai visto". Si, siamo nell'epoca dell'informazione individuale. Molto individuale.
Domenica mattina, sala stampa, ore nove. Si commenta il titolo dell'Unità: "Duello tra Renzi e Cuperlo". Giovane collega sveglio: fanno il titolo su quello che non c'è. Io: avrei fatto un editoriale di spalla, titolo: Vi piacerebbe, eh?! Conclusione generale: peccato che all'Unità non scelgano mai i direttori in base al senso dell'umorismo.
Venerdì sera, ore 11. Il mio vicino di banco in sala stampa: sono torinese e juventino. Io: mai pensato ad un esorcismo?! Il giorno dopo si è seduto altrove, certi destini non si possono cambiare.
Venerdì sera, discussione ai Cento tavoli, anonimo cittadino fiorentino: manca il tavolo sulla riforma dei cervelli.
Sabato mattina, arriva Epifani e pensa di entrare, volontaria ironica al desk: "scusi, dove va, deve registrarsi e prendere il pass, le regole valgono per tutti, eh". Il fantasma di Stumpo colpisce ancora.
Sabato mattina, sul palco parla un giovane immigrato congolese, giornalista fiorentino in sala stampa ha un momento di profonda autocoscienza: oh, io ve lo devo dire, a me mi manca Babacar (questa la possono capire solo i tifosi viola accaniti al limite del patologico)
Da venerdì a domenica, circa novemila gradi fahrenheit in sala stampa, spogliarelli continui, gente in canotta, colpi di calore. Voce dal fondo della sala: oh, il Renzi l'è peggio del riscaldamento globale.
Domenica mattina, un uomo sulla cinquantina si avvicina al palco alzando un cartello e urlando la sua protesta contro l'Enel. Anonimo giovane volontario: oh, 'un sarà mica il mi' babbo eh?!
ChiBo
Domenica mattina, passa Graziano Delrio, inseguito dalle telecamere. Giovane praticante in sala stampa: "chi è quello?". Giornalista con barba bianca: "Boh, uno". Giovane praticante: "dicono che sia un ministro". Giornalista con barba bianca: "ma figurati, io non l'ho mai visto". Si, siamo nell'epoca dell'informazione individuale. Molto individuale.
Domenica mattina, sala stampa, ore nove. Si commenta il titolo dell'Unità: "Duello tra Renzi e Cuperlo". Giovane collega sveglio: fanno il titolo su quello che non c'è. Io: avrei fatto un editoriale di spalla, titolo: Vi piacerebbe, eh?! Conclusione generale: peccato che all'Unità non scelgano mai i direttori in base al senso dell'umorismo.
Venerdì sera, ore 11. Il mio vicino di banco in sala stampa: sono torinese e juventino. Io: mai pensato ad un esorcismo?! Il giorno dopo si è seduto altrove, certi destini non si possono cambiare.
Venerdì sera, discussione ai Cento tavoli, anonimo cittadino fiorentino: manca il tavolo sulla riforma dei cervelli.
Sabato mattina, arriva Epifani e pensa di entrare, volontaria ironica al desk: "scusi, dove va, deve registrarsi e prendere il pass, le regole valgono per tutti, eh". Il fantasma di Stumpo colpisce ancora.
Sabato mattina, sul palco parla un giovane immigrato congolese, giornalista fiorentino in sala stampa ha un momento di profonda autocoscienza: oh, io ve lo devo dire, a me mi manca Babacar (questa la possono capire solo i tifosi viola accaniti al limite del patologico)
Da venerdì a domenica, circa novemila gradi fahrenheit in sala stampa, spogliarelli continui, gente in canotta, colpi di calore. Voce dal fondo della sala: oh, il Renzi l'è peggio del riscaldamento globale.
Domenica mattina, un uomo sulla cinquantina si avvicina al palco alzando un cartello e urlando la sua protesta contro l'Enel. Anonimo giovane volontario: oh, 'un sarà mica il mi' babbo eh?!
ChiBo
venerdì 18 ottobre 2013
Autunno, cadono i loden
E' la crisi, bellezze. La spending review non risparmia nessuno, cadono le foglie, Alitalia vola sempre più basso ed anche il loden si ammaina, esaurita la sua funzione di coperta di Linus della mediocrità politica e politicante torna nell'armadio, accompagnato dal silenzio assordante del coro dei laudatores di professione che - or sono appena due anni - si sbracciò ad applaudirlo e cantarlo come immagine limpida e schietta della sobrietà elevata a stile di vita e di governo.
Così vanno le cose, nel nostro paese, si innalza un idolo a furor di penne illustri, e poi lo si fa cadere nel silenzio di tutti quelli che lo avevano osannato. E chi invece lo aveva osteggiato dall'inizio - come la sottoscritta - può solo tenere il conto delle illustri e tacite defezioni, masticando amaro per l'ennesima occasione persa di un confronto aperto e senza equivoci, ma soprattuto senza rinvii. Altri due anni persi, e senza alcun risultato positivo ottenuto - una soddisfazione.
Non resta che immaginarsi, in un prossimo futuro, due anziani signori a spasso ai giardinetti con i rispettivi cagnolini - Dudù ed Empy potrebbero rivelarsi più sinceri, e senz'altro più fedeli, dei cortigiani pagati come i fagiolini, ottanta euro al chilo.
ChiBo
Così vanno le cose, nel nostro paese, si innalza un idolo a furor di penne illustri, e poi lo si fa cadere nel silenzio di tutti quelli che lo avevano osannato. E chi invece lo aveva osteggiato dall'inizio - come la sottoscritta - può solo tenere il conto delle illustri e tacite defezioni, masticando amaro per l'ennesima occasione persa di un confronto aperto e senza equivoci, ma soprattuto senza rinvii. Altri due anni persi, e senza alcun risultato positivo ottenuto - una soddisfazione.
Non resta che immaginarsi, in un prossimo futuro, due anziani signori a spasso ai giardinetti con i rispettivi cagnolini - Dudù ed Empy potrebbero rivelarsi più sinceri, e senz'altro più fedeli, dei cortigiani pagati come i fagiolini, ottanta euro al chilo.
ChiBo
mercoledì 16 ottobre 2013
Priebke, un'occasione persa
Potevamo farlo, sì, potevamo. Avevamo finalmente l'occasione, quella che non sempre la Storia offre ai popoli che hanno sofferto, di dimostrare che avevamo ragione noi, che eravamo noi dalla parte del giusto e dei giusti, e che il mondo che abbiamo costruito - imperfetto, certo, pieno di contraddizioni e spesso anche incerto - è comunque migliore di quello che certe belve impastate di odio razziale e di un tossico ideale di supremazia avevano tentato di imporci con la forza, sotto la sferza umiliante della dittatura.
Potevamo sentirci più forti, portatori di un senso profondo e radicato di democrazia dove rispetto e diversità convivono come due lati della stessa medaglia, quella del pluralismo di idee, sentimenti ed opinioni che è alla base dell'uguaglianza fra pari. Potevamo mostraci giusti, di fronte alla morte di Priebke, e consegnarlo al giudizio impietoso ed oggettivo della Storia, alla damnatio della memoria eterna della sua mostruosa colpa, e sentirci perciò più forti della nostra consapevole maturità acquisita, e dunque vittoriosi di fronte allo sconfitto ed a tutto quanto di aberrante la sua vita rappresentava.
Invece. Abbiamo scelto la via peggiore, quella dell'isteria collettiva, della gara al rifiuto, del concorso per la dichiarazione più indignata, per l'inquadratura televisiva più efficace, per la presa di posizione più demagogica e puerile.
Ed abbiamo perso, tutti. Perchè la nostra debolezza ha rivelato ancora una volta la nostra fragilità di cittadini, incapaci di sentire e mostrare la certezza forte e sicura della libertà conquistata a caro prezzo ed assunta a valore fondante della nostra vita di comunità democratica. Insultare un morto, qualunque morto, non ci rende migliori di lui, ma solo infinitamente più deboli, nelle nostre traballanti, balbettanti, incerte convinzioni.
Di fronte al mostro che non ha rinnegato nulla di ciò che ha fatto, dovevamo poter opporre la serena certezza delle nostre coscienze libere e giuste - invece, abbiamo saputo solo strillare, spaccarci, insultare, scontrarci. Ed abbiamo perso l'ennesima occasione di dimostrare di aver imparato qualcosa, qualcosa di importante che continua a non appartenerci. La forza della libertà come profonda, autentica, basilare lezione di vita.
ChiBo
Potevamo sentirci più forti, portatori di un senso profondo e radicato di democrazia dove rispetto e diversità convivono come due lati della stessa medaglia, quella del pluralismo di idee, sentimenti ed opinioni che è alla base dell'uguaglianza fra pari. Potevamo mostraci giusti, di fronte alla morte di Priebke, e consegnarlo al giudizio impietoso ed oggettivo della Storia, alla damnatio della memoria eterna della sua mostruosa colpa, e sentirci perciò più forti della nostra consapevole maturità acquisita, e dunque vittoriosi di fronte allo sconfitto ed a tutto quanto di aberrante la sua vita rappresentava.
Invece. Abbiamo scelto la via peggiore, quella dell'isteria collettiva, della gara al rifiuto, del concorso per la dichiarazione più indignata, per l'inquadratura televisiva più efficace, per la presa di posizione più demagogica e puerile.
Ed abbiamo perso, tutti. Perchè la nostra debolezza ha rivelato ancora una volta la nostra fragilità di cittadini, incapaci di sentire e mostrare la certezza forte e sicura della libertà conquistata a caro prezzo ed assunta a valore fondante della nostra vita di comunità democratica. Insultare un morto, qualunque morto, non ci rende migliori di lui, ma solo infinitamente più deboli, nelle nostre traballanti, balbettanti, incerte convinzioni.
Di fronte al mostro che non ha rinnegato nulla di ciò che ha fatto, dovevamo poter opporre la serena certezza delle nostre coscienze libere e giuste - invece, abbiamo saputo solo strillare, spaccarci, insultare, scontrarci. Ed abbiamo perso l'ennesima occasione di dimostrare di aver imparato qualcosa, qualcosa di importante che continua a non appartenerci. La forza della libertà come profonda, autentica, basilare lezione di vita.
ChiBo
giovedì 3 ottobre 2013
L'antidemocrazia
E' sufficiente una giornata di ordinaria follia parlamentare per rendersi conto di quanto sia profonda e radicata la crisi di cultura democratica che è il vero cancro che ci divora. E la misura, netta, precisa e senza equivoci, la fornisce un semplice scambio di idee su Facebook - o meglio, quello che la sottoscritta, da liberale lontana da approcci fideistici e usa a ragionare oggettivamente sui fatti, ritiene un normale dialogo fra persone provenienti da formazioni diverse ma in grado di confrontarsi apertamente e serenamente, financo con uso di ironia, che non guasta mai specie se aiuta a stemperare le asprezze e facilita lo scambio tra persone.
Invece. Ci si ritrova spiazzati, in peggio. Perchè non ci sono fatti, non ci sono ragioni, non ci sono idee, ci sono invece dogmi, atti di fede, e caccia alle streghe riaperta - semmai si fosse chiusa - a colpi di accuse sferzanti.
Ora, era lecito pensare che persone dotate dell'utilizzo di ogni mezzo di informazione avessero seguito con grande attenzione le cronache degli ultimi giorni, specie quelle riguardanti il travaglio della propria parte politica, in questo caso il Pdl transeunte nella nuova Forza Italia, e dunque fossero al corrente dei punti salienti:
- netta presa di posizione di Alfano e di altri esponenti di spicco del partito contro la deriva estremista dei cosiddetti falchi, dei quali Berlusconi pareva in balìa, per non dire prigioniero
- denuncia da parte dei suddetti esponenti della totale mancanza di democrazia interna al partito, del tutto privo di una qualunque forma di consultazione almeno fra dirigenti - la base è sempre assente e mai considerata - aggravata dall'esito dell'ultimo incontro con il Capo che ha personalmente tacitato qualunque richiesta di dibattito liquidandolo come una "perdita di tempo"
- conseguente attacco violento e sguaiato della stampa "amica" che definisce traditori i dissenzienti, come se questo fosse normale ed ammissibile in un sistema democratico
Invece. Pare che tutto ciò sia stato ignorato, e che gli eventi di ieri, con il subitaneo dietrofront di Berlusconi teso quantomeno a limitare il danno - già fatto ed irreversibile - abbiano solo esasperato il clima da tutti contro tutti invece di indurre a qualche sana ed oggettiva riflessione.
Quindi, accade di essere aggrediti se solo si osa ricordare che la democrazia vive di confronto, che le opinioni diverse non sono atti di viltà ma legittime posizioni, che i dissenzienti non sono traditori ma esercitano il loro diritto alla critica, e sopratutto che un partito - qualunque partito - non può dirsi autenticamente democratico se non ammette il dialogo ed il confronto al proprio interno.
Ora, vien da ridere pensando che quando ho scritto - e quanto, e quanto a lungo e quanto dettagliatamente - sui problemi interni al Pd, queste persone erano lì a leggerti, a dirti "brava" ed a condividere i tuoi pezzi, mentre quando applichi lo stesso metodo di analisi alla loro parte politica ti tacciano di "moralista maestrina con la penna rossa". Vien da ridere perchè non hai mai avuto una tessera in tasca, hai pagato un caro prezzo per la tua libertà e alle ultime elezioni hai votato radicale.
Ma vien da piangere nel toccare con mano quanta strada dobbiamo ancora fare, e quanto siamo lontani da un concetto condiviso di democrazia, da una cultura dello scambio che sia compresa ed accettata come base imprenscindibile della vita sociale prima ancora che politica di un paese, e non invece come un attacco proditorio e personale da respingere con ogni mezzo.
E dunque non possiamo meravigliarci o scandalizzarci di nulla, se i partiti politici non sono altro che il riflesso - purtroppo fedele - di ciò che siamo noi.
ChiBo
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