lunedì 24 ottobre 2016

Zero pensieri, troppe parole

Siamo purtroppo ormai abituati, per non dire assuefatti e anche rassegnati, al quotidiano sperpero di parole diffuse a piene mani da chiunque sia in grado di digitare su una tastiera, fenomeno che i demagoghi trionfalmente hanno ribattezzato democrazia della Rete mentre ad una occhiata anche sommaria appare invece nient'altro che una sorta di "liberi tutti" mascherato da libertà di espressione. Ma l'ultima settimana è stata forse la peggiore, per la quantità e la "qualità" di commenti e reazioni in parte scatenate dagli eventi in corso, in parte conseguenti a prese di posizione esasperate perchè indifendibili razionalmente. E siccome ogni tanto è necessario fare un punto per capire dove siamo e come stiamo, il catalogo è questo:

Nuovi mostri: una pletora disumana ed incattivita di minus habens che ha preso di mira Bebe Vio, rea di essere stata invitata da Renzi alla cena alla Casa Bianca, dimostrando che non solo al peggio non c'è davvero fine ma soprattutto che l'odio coltivato come stile di vita crea cortocircuiti mentali che portano individui fisicamente sani ma mentalmente ottenebrati ad invidiare chi è stato pesantemente ferito nel corpo ma ha sviluppato magnificamente la testa. Chiedersi come siamo arrivati ad una tale deriva, non è una domanda retorica ma una precisa richiesta di analisi sociale ed anche politica, che dovrebbe essere seguita da una chiara assunzione di responsabilità. I seminatori di odio non hanno agito da soli, il loro vuoto strepitare è stato amplificato quotidianamente da un circo mediatico che campa perlopiù di risse e volgarità assortite, salvo tirarsi indietro fingendo uno sdegno posticcio e tardivo quando emergono i risultati desolanti della grancassa offerta ai ciarlatani.
Mai come ora, sarebbe necessario, opportuno ed eticamente rilevante tracciare una linea netta e del tutto priva di ambiguità tra diritto di cronaca e il buttarla in caciara per mezzo punto di audience in più. Non abbiamo mai avuto tanti talk show politici in tv come adesso, non siamo mai caduti in basso come adesso. Le due cose sono strettamente collegate, e prima se ne prenderà atto meglio sarà per tutti. La libertà di espressione è una grande responsabilità, come tale va rispettata, non svenduta sulla pubblica piazza per compiacere le tricoteuses assetate del sangue altrui.

Pseudo femministe rancorose: una schiera di erinni con la bava alla bocca che si è avventata contro Agnese Renzi, pretendendo non solo di farle la morale e di insegnarle a vivere secondo presunti dettami di correttezza, ma addirittura di stabilire con ferrea determinazione i paletti entro cui le sia consentito muoversi, a loro insindacabile giudizio, si intende. Da una attenta analisi di molti livorosi post sui Social, abbiamo evinto che:

- Agnese Renzi non dovrebbe lavorare, perchè ruba il posto a chi ha bisogno. Se proprio insiste a voler rubare il posto altrui, non dovrebbe accompagnare il marito in visita ufficiale, e mai e poi mai parlare con i propri alunni di codeste immorali attività extra scolastiche che corromperebbero irrimediabilmente giovani menti giustamente convinte che Pinochet sia venezuelano perchè l'hanno letto su Facebook in un post di Di Maio
- Agnese Renzi dovrebbe vergognarsi di essere stata precaria per molti anni e di essere entrata per concorso a scuola, ma soprattutto di non aver capito con almeno dieci anni di anticipo che suo marito sarebbe diventato Presidente del Consiglio e di non aver rinunciato a priori a costruirsi un percorso professionale del tutto inutile invece di fare la mantenuta in attesa di tempi migliori
- Agnese Renzi dovrebbe andare dal chirurgo plastico a rifarsi il naso come una Minetti qualunque, perbacco, invece di ostinarsi a portare a spasso la sua faccia al naturale, con incredibile mancanza di dignità
- Agnese Renzi dovrebbe vestirsi con un sacco e la cenere sopra il capo, modello penitente medievale, altro che promuovere il Made in Italy in giro per il mondo
- Agnese Renzi dovrebbe divorziare subito, anzi avrebbe già dovuto farlo da anni, il fatto che sia ancora accanto a suo marito dimostra solo il suo colpevole asservimento ai poteri forti ed alla lobby del maschio dominante

A corollario di questa imbarazzante esibizione di meschinità assortite, si può solo dire che se lo stato dello pseudo femminismo d'accatto in Italia è questo, se ne può fare serenamente a meno. Meglio ammettere con onestà che non abbiamo ancora superato l'ostilità feroce verso le altre donne, viste tutte come potenziali nemiche da abbattere, e tornare a coltivare con impegno rancori personali invece di continuare a spacciarli per improbabili moti di riscatto della categoria femminile. Ognuna per sè e si aprano le ostilità, chè di questa invidia pelosa e livida si può solo morire, e fra atroci sofferenze.

Teorici del nulla: vasta schiera di analfabeti funzionali sdoganati dal grillismo, ma anche dal salvinismo, pronti a lanciarsi in ogni campo dello scibile umano in preda ad un moto del tutto ingiustificato di autostima che li porta a credere di potersi pronunciare su tutto senza sapere nulla. Il danno prodotto da costoro è enorme, quantificabile in una percezione sempre più distorta di concetti fondamentali come bene comune, rilevanza sociale, etica politica, ormai ridotti a caricature abnormi e del tutto prive di aderenza al reale create appositamente come comodo specchio nel quale riconoscersi con compiacimento. Il risultato è evidente, nel desolante abbassamento del confronto quotidiano dove siamo costretti a spalare il fango sparso a piene mani da costoro, invece di riportare in primo piano le questioni di principio, di merito, di diritto, tutti concetti ormai stravolti, centrifugati e svuotati da questa incredibile macchina che ingoia tutto e restituisce solo sputi, quando va bene.
Avendo abolito ogni categoria di merito, questo è ciò che ci ritroviamo, con il colpevole concorso di decenni di politica corporativa e non selettiva, e di una stampa che strizza l'occhio a questi vandali invece di respingerli al mittente, nella vana quanto illusoria speranza di farseli amici e, perchè no, clienti affezionati.
Il dibattito sul referendum ha avuto l'effetto di una potente amplificazione, facendo emergere tali e tante espressioni di ignoranza, di settarismo cieco ed ottuso, di vero e proprio odio sociale, da capovolgere ogni punto di riferimento: siamo arrivati al paradosso di dover spendere le giornate a smontare le bufale prodotte in quantità da gente che non ha alcun argomento su cui fare leva, invece che confrontarci sui contenuti reali delle questioni in discussione.
Ma, alla fine, non era forse questo l'obbiettivo degli pseudo-guru che hanno scatenato questa offensiva della menzogna, non avendo idee da promuovere?
E quanto tempo, fatica, impegno, serietà e credibilità saranno necessarie per rimontare questa china fino a rivedere la luce del sano confronto di idee?
Anche questa è materia referendaria, ci impone di scegliere da che parte stare, se accodarsi alla massa becera ed urlante oppure sostenere un faticoso cammino di cambiamento, che ci faccia finalmente evolvere verso un sistema democratico più maturo dove sia la testa e non la pancia a prendere decisioni.
Perchè se questa bolgia di scempiaggini buttate nel mucchio e propalate per mero atto di fede nel personaggino di turno, se questa fede acritica nell'impossibile spacciato per realizzabile, se questa cieca e stolta ignoranza coltivata con tenacia avranno la meglio, il problema non sarà più avere o meno il bicameralismo perfetto, ma lasciarsi governare da una dittatura degli insipienti livorosi spacciata per democrazia popolare.
Pensateci su.

ChiBo

lunedì 10 ottobre 2016

Trump, l'effetto e la causa

Ormai, il dejavù impera. In qualunque competizione elettorale di qualche rilevanza nazionale o internazionale, assistiamo al ripetersi di un copione visto e rivisto mille volte da almeno un paio di decenni, che potrebbe riassumersi nell'altrettanto logoro ma purtroppo sempre valido esempio degli stolti che guardano al dito invece che alla luna.

Poco importa se il soggetto della discussione si chiami Berlusconi o Trump, quello che colpisce, e sconforta, e fa cadere le braccia, è il perpetuarsi di un meccanismo ostinato di rimozione del problema che preferisce vestirsi di anti-qualcuno invece che attivare analisi e risposte a favore di qualcosa. Specificamente, di soluzioni politiche efficaci e mirate, anche a costo di ripensamenti tanto dolorosi quanto necessari.

La campagna presidenziale americana, data la portata mondiale del suo esito, è solo il palcoscenico più vasto di una storia che ormai si ripete da tempo, e sembra costretta ad avvitarsi su se stessa, declinandosi in molte versioni che, di diverso, hanno solo il nome del candidato di turno elevato a pietra dello scandalo e ad oggetto del pubblico ludibrio, senza mai andare al cuore del problema.

Lo abbiamo visto bene in Italia, dove abbiamo vissuto vent'anni di antiberlusconismo sterile, isterico e giustizialista piuttosto che fermarci a chiedere quali colpe avesse la politica - tutta la politica, nessuno si senta escluso - nell'aver generato quel fenomeno. Berlusconi era l'effetto, non certo la causa, l'ultima decadente devianza di una politica chiusa in se stessa, del tutto autoreferenziale, completamente isolata, per propria arrogante volontà, dal rapporto con i cittadini, sprofondata nella palude del consociativismo spinto alle estreme conseguenze in modo che tutti fossero egualmente compromessi e quindi nessuno potesse legittimamente chiamarsene fuori.

Questa politica, del tutto priva di slancio, di coraggio, di progettualità, di idee e, non sia mai, di ideali al di fuori del rafforzamento e della conservazione di decennali rendite di posizione, fu presa di infilata da un demagogo affabulatore che ebbe l'unica felice intuizione nel presentarsi come l'uomo nuovo perchè nato fuori da quella stessa politica che in realtà lo aveva fatto nascere e prosperare. E gli isterismi di coloro che ne furono seppelliti, in termini di voti, e seppero reagire solo appellandosi a presunte e del tutto infondate superiorità morali da maestrini del rigore intellettuale, tentando di farlo fuori solo per vie giudiziarie e di pubblico discredito, non fecero che allungare la vita di una forza politica che in realtà aveva la stessa consistenza di un ologramma.

Abbiamo vissuto vent'anni di paralisi intorno a questo falso problema, quando quello vero era dato da due fondamentali tematiche: una sinistra vecchia, ancorata al passato ed incapace di darsi un afflato riformatore necessario ad affrontare le sfide del nuovo millennio; una destra moderna mai nata, incapace di uscire dallo stereotipo dell'uomo forte al comando, soprattutto del tutto priva di una intelaiatura culturale in grado di produrre contributi validi per il confronto politico.

Oggi, vediamo negli Stati Uniti il ripetersi dello stesso schema. Trump divide e suscita reazioni opposte, ma di pari intensità agonistica nell'odio o nella ammirazione con cui vengono formulate, ma di fatto anche lui è solo una conseguenza, e non certo la causa, di una situazione che si trascina da anni. La crisi profonda che attanaglia il partito repubblicano ormai da molto tempo è evidente e non da ora, la scelta di candidati del tutto inadeguati come Mac Cain e Romney, l'ascesa di personaggi duraturi come meteore, tipo la Palin o anche il presunto astro nascente ma mai cresciuto davvero Cruz, la deriva estremista dell'ala teocon saldata a quella dei teaparties, la sempre più pesante dipendenza da lobbies dominanti come quella dei fabbricanti di armi, hanno logorato e consumato dall'interno un partito che non sembra più in grado, se non in alcuni stati profondamente conservatori per non dire retrivi, di proporsi con credibilità alla guida della nazione.

Trump non ha fatto altro che approfittare di questa debolezza malata per salire sul palco, sapendo che non avrebbe avuto rivali. Ma la colpa non è sua che, anzi, ha fatto un calcolo preciso e pragmatico facendo tornare i propri conti. La colpa è di un partito talmente svuotato di contenuti politici, e sopratutto di capacità di progettazione e di visione strategica, da subire un candidato autoimposto, non avendo la forza intellettuale e culturale di produrne uno migliore, avendo completamente fallito nella ricerca e nella valorizzazione di risorse umane interne.

Che Trump sia nient'altro che un rozzo volgare cialtronissimo demagogo, è evidente. Che sia maestro nel dare il peggio in termini di razzismo, sessismo, populismo, anche. Ma che la ribalta gli sia stata offerta senza colpo ferire e senza opporre resistenza alcuna da un partito repubblicano ormai consunto e logoro è altrettanto chiaro. E se è vero che la Clinton non è la migliore dei competitors, è anche vero che il partito democratico in questi anni ha affrontato alla guida del paese la peggiore crisi economica mai vista, il terrorismo interno, la continua tensione razziale, mai sopita, persino i diritti civili, senza tirarsi indietro e senza fare leva sulla becera demagogia che pare l'unica risorsa rimasta invece ai repubblicani.

Dunque, anche qui la crisi non è data dalla malattia, ma dal sintomo che l'ha generata. E come accade in ogni democrazia, anche per quella americana la mancanza di una reale alternanza fondata su un efficace confronto politico è un danno, destinato solo a produrne altri. Passerà Trump, come passano gli uragani che esauriscono in breve tempo la loro portata distruttiva, ma resteranno, temiamo a lungo, tutti gli effetti devastanti prodotti dal suo cammino, finchè i repubblicani non saranno in grado di uscire dall'angolo dove si sono rinchiusi da soli, di lasciare fuori dalla porta gli estremismi, e di ricominciare a pensare in termini di strategia costruttiva per il bene comune. Che poi è ciò che chiede e che vuole la politica, quella vera.

ChiBo

lunedì 26 settembre 2016

Non è la Rai 2.0 (fenomenologia della sindaca grillina)

E finalmente, dopo mesi di lunga ed attenta osservazione del personaggio, la convention palermitana dei Cinquestelle ci ha permesso di comprendere appieno la vera natura di Virginia Raggi. Ci voleva che salisse su un palco per illuminarci, perchè quello è il luogo dove riesce a rivelarsi compiutamente e senza possibilità di fraintendimenti.

Quando è comparsa alla ribalta, in jeans e maglietta, e con quella sua vocetta querula, da doppiatrice di bambini nelle pubblicità, ha infilato una serie di "bello, bellissimo, molto bello" arrotolandosi vezzosamente la ciocca di capelli col ditino, dopo aver saltato e ballato in mezzo alla folla che malmenava i giornalisti, la nuova Ambra che è in lei si è appalesata in tutta la sua imbarazzante pochezza, mentre ridacchiava senza riuscire a mettere due parole in fila e e poi batteva i piedini per difendersi dall'accusa di avere le orecchie grandi.

No, non è la Rai, non più quella irridente di Boncompagni che esibiva il fondo del barile della televisione, dimostrando che una qualunque ragazzina dotata di auricolare e telecomandata a dovere poteva fare ascolti da record sul nulla. Questa è la nuova edizione targata Grillo, un Non è la Rai duepuntozero, che scova sconosciuti sul Blog e ne fa deputati e sindaci da lanciare sulla ribalta politica senz'altra consistenza che la loro riconosciuta insipienza.

Nel magico mondo grillino, infatti, non occorre alcun talento o preparazione per emergere, i Cinquestelle sono l'ultima frontiera del talent show, quella che crea dal nulla personaggi che si distinguono solo nella gara a chi dice o scrive le scemenze più grosse, acclamati da una setta di adepti del tutto acritici ed assuefatti che vedono nei loro eroi la perfetta riproduzione di se stessi. Il nulla al potere, e così sia.

In questi anni, abbiamo scoperto una vasta galleria di figurine del genere, ognuna specializzata nel lancio delle parole a caso e nel sostegno a teorie del tutto campate in aria, ma con Virginia Raggi si è giunti alla sublimazione del format facendo di una tardo-adolescente, capace solo di articolare un birignao da tredicenne antipatica in lotta con la cellulite, una star piazzata sul palcoscenico romano con il potere di prendere decisioni in grado di influenzare la vita di milioni di persone, e persino di una nazione intera, come nel caso delle Olimpiadi.

E si evince che alla fine, in sintesi estrema, l'ambizioso progetto di Grillo sia stato proprio questo sin dall'inizio: dimostrare come si possa imbastire uno spettacolo dal nulla, e farne addirittura un adattamento per la politica, solamente pescando nel vasto mare delle frustrazioni altrui e solleticando abilmente vanità sostenute solo dal velleitarismo che le ispira. Un Grande Fratello edizione speciale, non per i presunti Vippetti nostrani, ma per tentare di erodere dall'interno quel minimo di credibilità che ancora resta alle nostre istituzioni.

Se i Cinquestelle non fossero un movimento politico, di loro dovrebbero occuparsi i critici televisivi e/o teatrali, data la loro naturale inclinazione all'avanspettacolo che ne fa gli ultimi  eredi oppure gli innovatori di questo genere - e su questo si potrebbe aprire una lunga ed articolata discussione fra addetti al mestiere. Ma trattandosi invece di aspiranti candidati alla guida del nostro paese, ciò che ci assale dopo spettacoli come quello di Palermo è lo sgomento. Puro e semplice.

Se la ragazzetta querula sul palco è la sindaca di Roma, imbarazzante nella sua esibita nullità quanto proterva nella sua ambizione gonfiata a dismisura dalla folla urlante ed esaltata, possiamo solo immaginare cosa sarebbe un futuro premier espresso da questo movimento, ed averne sinceramente paura.

Ci auguriamo che la stessa paura la provino i politici, quelli di lungo corso, quelli che ci hanno governato negli ultimi trent'anni, quelli che hanno trascinato ai minimi storici la credibilità ed il ruolo della politica fino a permettere che un guitto con il suo circo a tre piste potesse riuscire a farli fuori con quattro ragazzetti ignoranti dotati di auricolare. Se la paura fa novanta, qui invece dovrebbe fare da sveglia, per suonare la fine di una politica rissosa, inconcludente, meschina che ha generato questa risposta che oggi Grillo ci sbatte in faccia con la sua consueta malagrazia.

Perchè non vorremmo vedere i prossimi anni di questo paese trasformati in un palcoscenico permanente per l'esibizione di dilettanti che gnaulano "bello, siamo belli, siete belli" mentre si fanno i selfie sullo scranno di Palazzo Chigi e del Quirinale.

ChiBo

mercoledì 21 settembre 2016

Dinosauri a Cinquestelle

È assolutamente esilarante constatare che il Movimento nato per rovesciare tutto, cambiare tutto, con una spinta iniziale più eversiva che rivoluzionaria, si sia dimostrato alla prova dei fatti il più conservatore sia nella propria azione che nella propria inazione. Ovvero, sia nelle proposte fin qui fatte che nella incapacità non solo di realizzarle ma persino di gestire la quotidianità degli impegni assunti con gli elettori.


Il ritorno al proporzionale, con conseguente ammucchiata di governo e sostanziale impossibilità di decidere alcunché, è solo l'ultima delle trovate di un gruppo nato vecchio e cresciuto solo grazie allo sfruttamento del malpancismo diffuso in vaste categorie sociali, una pericolosa arma a doppio taglio pronta a rivoltarsi contro chi l'ha affilata non appena si avvertano segnali di normalizzazione.



In realtà, tutto il fragile apparato ideologico grillino ha mostrato la corda fin dall'inizio, apparendo nient'altro che una rimasticatura superficiale e abborracciata di consunte teorie morte sul nascere, spacciate per nuove grazie all'intuizione che ha portato a fare della Rete una fogna a cielo aperto dove riversare ogni frustrazione, amplificandola fino a darle una presunta dignità di proposta politica alternativa.



Dunque, non stupisce che l'immaginifico Sibilia, dopo averci edotti nel tempo sulle scie chimiche e l'esistenza delle sirene, ed aver convocato addirittura il mago Otelma per spiegarci che la Raggi è oggetto di influenze negative esercitate da forze aliene, adesso ci ripropini la novella che stampare moneta è l'unica soluzione per risolvere la crisi monetaria. Come se il Venezuela non stesse morendo di questo, come se la moneta fosse il denaro del Monopoli - la cui assidua pratica probabilmente risulta essere l'unica nel curriculum di questo emerito rappresentante del nulla che lo ha eletto.



Non stupisce neanche che il prode scooterista Di Battista ci narri di una necessaria autarchia per tornare a consumare solo ciò che produciamo, e che la Raggi, nella sua immaginifica campagna elettorale, avesse rispolverato un altro mito caro a questi poveri di spirito, ovvero quello del ritorno al baratto come utile leva per risollevare le sorti dei negozi in crisi di vendite.



E ci fermiamo qui, con l'elenco delle scempiaggini, perchè alla fine, avendo scritto dall'inizio che dietro questo movimento c'era il nulla ideologico impastato di fuffa populista e di becera demagogia, la soddisfazione di averci visto giusto ce la siamo già presa. Insieme a quella di aver predetto la sera stessa delle elezioni che la vittoria di Roma sarebbe stato l'inizio della fine dei Cinquestelle.



Bastava metterli alla prova dei fatti, non nei piccoli comuni dove comunque hanno fatto disastri ma di scarsa risonanza mediatica, ma in una realtà di primissimo piano come quella di Roma, che non solo è all'attenzione di tutti noi quotidianamente, ma ha addirittura varcato i confini nazionali finendo sulle prime pagine di testate come il New York Times. Non è più possibile nascondere sotto il tappeto il disastro, il fallimento, la totale incapacità di gestione che sono il naturale risultato di una selezione di classe dirigente basata unicamente sulla cieca obbedienza al Movimento e sulla provata ignoranza di tutti gli aspetti, nessuno escluso, del funzionamento della macchina amministrativa ed istituzionale. 



Così come non è più possibile arginare le spinte centrifughe originate dalle correnti interne che, oh sorpresa, si sono rapidamente formate e consolidate anche nel presunto magico mondo dell'uno vale uno, precipitando in una guerra intestina e senza esclusione di colpi non appena è cominciato il più classico degli scaricabarile attorno alla figura della Raggi, passata da Madonna sull'altare a derelitta da abiurare nel breve giro di tre mesi e mezzo e qualche decina di nomine scellerate.



I sondaggi certificano un calo pesante del Movimento, attorno ai cinque punti percentuali in due settimane, ed in questo momento è veramente difficile immaginare una possibile inversione di tendenza, dal momento che tutti gli esponenti di spicco sembrano essersi messi d'accordo su un'unica strategia suicida: fare a gara ogni giorno a chi scrive la scemenza più grossa sui Social Network, scatenando non più solo l'ironia ma ormai un vero e proprio dileggio che ci porta a pensare che l'ora del dilettante sia ormai finita, e sia già suonata la campana dell'ultimo giro di pista.



Probabilmente, quando i posteri si occuperanno della storia di questi anni, dei Cinquestelle scriveranno ciò che adesso scriviamo dei Dinosauri, ovvero che sono esistititi ma si sono estinti per ragioni tuttora sconosciute, con la sola differenza che, invece, dei grillini   potranno affermare con certezza che si sono estinti facendo tutto da soli. Quindi, il loro "lasciateci lavorare" è destinato a diventare il cupio dissolvi del Terzo Millennio. E qualcuno spieghi a Di Maio che, no, dissolvi in questo caso non è un congiuntivo.



ChiBo


mercoledì 14 settembre 2016

Mission Di Maio

La congiura dei poteri forti si è finalmente rivelata in tutta la sua devastante dirompenza, volta a sovvertire ogni certezza fin qui faticosamente conquistata dal genere umano.
Per gettarci nel panico, nutrirci di sconforto, opprimerci di tristezza e tormentarci di sciocchezze fino a ridurci alla nera convinzione che nulla ci resti cui aggrapparci, ci voleva un agente letale, inoculato nelle nostre fragili vene di antichi cultori del sapere e del pensiero critico, che riuscisse a fare a brandelli quel poco di sicurezza che ancora ci restava. E fu così che venne creato Di Maio.

La selezione del gene fu durissima. I poteri forti, riuniti in seduta permanente nel Cloud della Casaleggio s.r.l, si sono sciroppati con attenzione maniacale le migliaia di video delle Parlamentarie grilline, storica lotteria che ha messo in palio l'occasione della vita, ovvero entrare in Parlamento ed accedere al magico mondo degli stipendi d'oro e dei vitalizi di platino senza saper fare assolutamente nulla ma, soprattutto, senza avere alcuna preparazione e, Dio ne guardi, cognizione di qualsivoglia settore dello scibile umano. Unici requisiti richiesti: credere alle scie chimiche, all'esistenza delle sirene ed agli avvistamenti di Elvis Presley in tutti i diners lungo la Route 66.

Una volta esclusi i collezionisti di nani da giardino, i fans dei Puffi, i pericolosissimi ex fumatori convertiti al salutismo, gli scambisti di figurine Panini, i frequentatori dei Fancazzisti Anonimi ed i pastafariani, è finalmente risultato il soggetto perfetto: uno studente fuori corso da una vita e dunque in nessun caso imputabile di sapere qualcosa, con la faccetta da Calimero fatta apposta per piacere alle mamme, un'aria da impunito che scansati ed una collezione di giacchette blu mai usate pronte per le telecamere. Perfetto per la missione, mancava solo il claim con cui lanciarlo, e fu qui che con un autentico colpo di genio il Grande Vecchio dei poteri forti, uno che spaccava computer nei teatri a beneficio delle masse plaudenti ma poi in privato con quegli stessi computer ci si arricchiva assai, grazie alle masse di cui sopra, decretò: lo chiameremo "ragazzo meraviglioso" e lo lanceremo sul mercato come il mirabolante prototipo dell'uomo del futuro, quello che non deve chiedere mai perchè non sa fare le domande ed in ogni caso non capirebbe le risposte. Figuriamoci se poi gli dovessero arrivare per e-mail.

Fu così che Di Maio entrò nelle nostre vite e le cambiò per sempre.
Prima ci tolse i congiuntivi, rendendo il nostro colloquiare un incerto vagare fra tempi dei verbi buttati là a casaccio e generando equivoci a non finire. Non si contano gli appuntamenti saltati per un "se io verrei" dai più scambiato per "io vorrei, non vorrei, ma se vuoi" che hanno causato un aumento esponenziale dei divorzi nel nostro paese.
Poi ci tolse la Costituzione, martellandoci ad ogni esternazione con la novella del Premier "non eletto" invece di confessare di non aver mai sostenuto l'esame di Diritto Costituzionale, avendolo scambiato con un credito in Fenomenologia della Supercazzola applicata alle masse.
Di seguito rovinò per sempre l'onesta professione di Webmaster, fin lì l'unica attività di cui si era autoaccusato, confessando la sua totale incapacità di comprendere il contenuto delle e-mail ricevute.
Infine il doppio colpo da maestro con cui è riuscito a far fuori contemporaneamente la storia e la geografia, piazzando Pinochet in Venezuela, che è bella eh, per carità, ma io non ci vivrei mai, troppo umida e inzeppata di gondole e turisti.

Così ci ha messi in ginocchio: privi di grammatica e sintassi, del tutto incerti sulla Costituzione, disancorati da ogni riferimento geografico, derubati della memoria storica, ormai alla deriva in un mondo che di colpo ci risulta ignoto ed incomprensibile, vaghiamo alla ricerca di Raggi di luce. Che, si sa, son come gli assessori al bilancio a Roma: a trovarli.......

ChiBo

sabato 27 giugno 2015

Per tacere della Costituzione.....

Nel gran circo mediatico immediatamente andato in scena subito dopo la sentenza della Corte Suprema statunitense che ha stabilito la marriage equality, i Social hanno naturalmente fatto la parte del leone, permettendoci di comprendere con lodevole chiarezza il gioco delle parti in causa.
Nella fattispecie, esponenti a vario titolo - personale o lobbistico - del variegato mondo che ruota intorno al Family Day, alle Sentinelle in piedi, e ad altre organizzazioni militanti di stretta osservanza cattolica, si sono tutti distinti per un particolare che la dice lunga, anzi lunghissima, sulla questione di fondo, mai dichiarata apertamente ma di fatto praticata con ogni mezzo, che realmente li separa per loro stessa volontà dal resto del mondo.
Lanciandosi infatti nel solito repertorio di anatemi contro il conformismo a presunte mode moderniste e l'altrettanto presunto strapotere della Lobby Lgbt, costoro hanno accuratamente evitato di commentare, o anche solo nominare, il principio che ha invece ispirato la sentenza della Corte Suprema, ovvero il rispetto della Costituzione americana che dichiara tutti i cittadini uguali nei loro diritti individuali sacri ed inviolabili, e dunque non consente discriminazioni di alcun genere che costituirebbero una palese violazione di tale principio di eguaglianza. Questo in un paese che sa benissimo a quali abusi abbia portato il mancato rispetto di quel principio, dallo schiavismo alla segregazione razziale, ed ha imparato dai propri errori a capire che il diritto è tale solo se vale per tutti, altrimenti si riduce a privilegio di pochi a danno di tutti gli altri.
Ora, lo "scandalo" su cui i nostri paladini della "verità" tacciono accanitamente - dimenticandosi di qualcuno che pure disse "oportet ut scandala eveniant" - è tutto qui, ovvero nel richiamo e nel rispetto della Carta Costituzionale da cui essi, e non da ora, si chiamano fuori, come se essere cittadini appartenenti ad una comunità che si è data regole e principi condivisi atti a tutelare tutti, e non solo alcuni, fosse cosa del tutto secondaria se non addirittura accessoria, nelle loro esemplari vite di testimonianza dell'esclusività.
L'approccio al tema della omosessualità è del resto la prova evidente di questo sentire, derivante dalla appartenenza ad una fede religiosa che si configura come una conventio ad excludendum che ragiona in senso diametralmente opposto a quello seguito dal diritto. Ovvero: io ti accolgo - e si ragioni sulla sottile ma dolente differenza fra accogliere ed accettare - solo a patto che tu rinunci a vivere secondo ciò che sei, che tu accetti di vivere in eterna castità e dunque privo per sempre di una vita affettiva, sulla base del presupposto che sei programmato all'errore perchè diverso dall'eterosessuale. Quindi, una accoglienza basata non sulla accettazione, che è l'unica vera caratteristica dell'amore, ma sulla limitazione. Una accoglienza condizionata, basata oltretutto sulla arrogante e proterva convinzione di poter decidere della vita di una persona fino al punto di negargli di esprimere appieno la propria affettività, considerata un "peccato".
Ora, sarebbe oltremodo facile sottolineare il paradosso per cui questi stessi ortodossi esegeti del verbo divino scendono in piazza, reclamando a gran voce i diritti loro spettanti come famiglie tutelate dalla Costituzione, intanto che non hanno alcun rispetto di quella stessa Carta che, prima di tutto - e giova ripeterlo, prima di tutto - stabilisce l'uguaglianza dei cittadini nei diritti che invece costoro son così pronti a negare, sovrapponendo le loro personali convinzioni religiose a quelle dello stato e pretendendo anche di averla vinta. Sognano uno stato confessionale dove poter rappresentare se stessi come i migliori e dunque i decidenti, a scapito di tutti gli altri, marchiati come imperfetti e dunque marginali. Anime semmai da redimere, purchè disposte a negare se stesse, ma mai in nessun caso da riconoscere eguali.
Lo strumento, per quanto imperfetto, della democrazia è ciò che ci ha permesso, dopo un lungo, faticoso, doloroso e sanguinoso cammino attraverso secoli di storia, disseminato di abusi, sopraffazioni, discriminazioni e vessazioni di ogni genere, di arrivare a stabilire una Carta dei diritti dell'uomo e di avere Costituzioni che, prima di tutto, stabiliscono il rispetto di questi diritti per tutti, non solo per alcuni. Una società fondata sulla diseguaglianza e sulla discriminazione poggia sull'esclusione, fomenta l'odio e l'intolleranza, tutte cose che abbiamo sperimentato per secoli e di cui abbiamo potuto toccare con mano tutte le nefandezze prodotte. Negare oggi le ragioni basilari del principio di eguaglianza dei diritti, non è dunque solo una battaglia di retroguardia, che potremmo persino guardare con indifferenza, ma implica qualcosa di più profondo e pericoloso, una sorta di schedatura genetica, una rigida contrapposizione fra "normali" ed "anormali" dove, peraltro, solo i "normali" hanno scritto le regole mentre gli altri non hanno alcuna voce in capitolo.
Oltretutto, secondo una dottrina che, nei secoli, sia pure con estrema lentezza, emenda se stessa dai propri colossali errori, attraverso questa pratica introdotta dagli ultimi Papi ovvero quella del chiedere perdono, per quanto tardivo, a coloro che furono perseguitati, discriminati, uccisi, in nome di principi un tempo ritenuti sacri e che oggi risultano invece palesemente errati ed insostenibili.
Il che non esclude che, fra qualche secolo, un Papa possa chiedere perdono anche agli omosessuali per aver negato i loro diritti individuali e, peggio, di poter vivere una vita affettiva invece della castità a vita imposta come condizione vincolante per essere accolti - accettati, no. Ad oggi, non possiamo saperlo, neanche i valdesi, probabilmente, avrebbero mai creduto di sentirsi chiedere perdono, prima o poi, cosa che invece è accaduta, anche se con sette secoli di ritardo.
E mistificare la battaglia contro i diritti individuali per una battaglia in difesa della famiglia cosiddetta "naturale" è solo l'ennesima dimostrazione di quali scorrettezze si sia disposti a mettere in campo. Perchè l'uguaglianza nei diritti individuali precede ogni altra configurazione sociale, ed attaccarla come espressione di meschino individualismo, cavallo di battaglia caro agli integralisti di casa nostra, serve solo a comprendere meglio il nocciolo della questione, ciò che da sempre fa più paura ai fondamentalisti di ogni genere ovvero: la libertà di scelta che ognuno di noi possiede e che è la vera ed unica discriminante per distinguere una democrazia da un regime.
Si è liberi di scegliere se avere o meno una fede religiosa - e se ne hai una, la tua libertà di praticarla è garantita - si è liberi di scegliere di amare e chi amare, ma soprattutto si è liberi davvero solo se questa libertà appartiene a tutti in egual misura, attraverso i diritti fondamentali che rendono ognuno di noi uguale altri altri nella tutela della propria libertà di scelta.
Va da sè che questa opzione è pericolosissima, perchè ci emancipa dal ruolo di minus habens bisognosi di stare sotto tutela altrui e di essere guidati, e ci impone la responsabilità più grande, ovvero quella di gestire la nostra libertà di scelta da soli, e di farlo con consapevolezza e senso del rispetto verso le libertà altrui. Ma senza questa enorme responsabilità, di cui vorrebbero privarci costoro che sostengono amorevolmente di farlo per il nostro bene - lo stesso per cui misero in piedi l'Inquisizione - saremmo solo burattini eteroguidati, incapaci di decidere da soli cosa fare delle nostre vite, condannati a seguire un copione già scritto da altri e senza alcuna possibilità di uscirne.
Quindi, se c'è una ragione per rallegrarci della sentenza della Corte Suprema statunitense, questa sta, prima ancora che nel contenuto che ha espresso, nell'averci ricordato il valore fondamentale di una Costituzione che riconosce tutti i cittadini uguali in virtù degli stessi diritti. E chiunque intenda affrontare un dibattito su qualunque tema prescindendo o censurando o dimenticando o, peggio ancora, condannando questo principio come espressione di individualismo, non è solo in malafede ma procura un danno a tutti noi, negando il fondamento necessario ed imprescindibile che ci permette di vivere in una comunità dove ognuno è diverso in ciò che è ma è uguale in ciò che può fare, decidere, avere, costruire, scegliere.

ChiBo

P.s qualche tempo fa, la sottoscritta ha avuto una interessante discussione in tema di diritti con una coppia, marito e moglie, oggi attivamente inserita nelle Sentinelle in Piedi. A proposito dell'imposizione agli omosessuali della castità come vincolo per essere accolti nella Chiesa, essi mi risposero che è lo stesso vincolo imposto a tutti. Dunque, chiesi loro se fossero arrivati vergini al matrimonio, in perfetta coerenza con i loro principi. La levata di scudi fu immediata, certo che non si erano sposati vergini, e la motivazione data meravigliosa: "ah vabbè, su questo la Chiesa deve aggiornarsi, lo sappiamo". Ecco, perbacco, per la castità degli eterosessuali bisogna aggiornarsi, per quella degli omosessuali no. Tutto chiaro?!

lunedì 1 giugno 2015

Destra senza centro, Pd senza sinistra

Sarebbe buona cosa provare a ragionare sui risultati di questa tornata elettorale invece di ridurli al solito destino della coperta tirata da troppe parti, e dunque alla fine destinata a non coprire nessuno. Al di là del solito diluvio di dichiarazioni, spesso vaneggianti, e di interpretazioni del tutto infondate di numeri che, in quanto tali, alla fine più di tanto non possono essere relativizzati e quindi sminuiti nel tentativo di piegarli alle diverse cause, alcune considerazioni paiono essere evidenti.
Destra senza centro: per quanto Toti si sia subito affannato a dichiarare che non si presterà ad una lettura della sua vittoria in termini di numero di voti portati alla coalizione dai singoli schieramenti che la compongono, è innegabile che in Liguria, come nelle altre sei regioni in cui si è votato, il risultato lo abbia fatto Salvini insieme alla Meloni, mentre Forza Italia è in preda ad un inarrestabile deflusso di voti. Dunque, sparisce il centro e si afferma la destra, una destra marcatamente antieuropeista, xenofoba, populista e nazionalista che ha fatto una campagna elettorale  urlata e becera, volta ad amplificare ed addirittura sollecitare il malpancismo generico e le paure sociali senza portare, sia chiaro, alcuna risposta concreta in termini di progetto politico. Il che paga sul momento, ma pone interrogativi sul medio e lungo periodo, soprattutto pensando alle prossime elezioni politiche dove, con la nuova legge elettorale, non ci saranno colazioni ma liste singole.
Dunque, il problema a destra è chiaro e di non facile soluzione, perchè stando così le cose, con Forza Italia in dissolvimento, la lista unica dovrebbe giocoforza prevedere Salvini candidato premier e tutti gli altri dietro a lui. Difficile però immaginare una tale dissoluzione del fu centrodestra in un'unica formazione di destra che non ha nulla di moderato e che invece, per avere almeno una chance di vittoria, dovrebbe avere la capacità di attrarre i milioni di voti persi da Forza Italia. Da questo punto di vista, politicamente parlando, la difficoltà più grande sta tutta a destra, e per quanto Salvini oggi faccia il gradasso, affermando di essere l'unica alternativa a Renzi, in realtà con i numeri che ha raccolto a livello nazionale deve prima vedersela con i Cinquestelle, che potrebbero anche andare al ballottaggio alle politiche, ma prima ancora deve riuscire a trovare una formula - ad oggi francamente inimmaginabile - per tenere insieme tutte le forze della sua parte.
La questione è spinosa: se annacqua il suo messaggio, per tentare di rendersi gradito all'elettorato moderato, Salvini rischia di perdere terreno a destra, ma se continua a spingere sul pedale del più becero populismo, resta fermo ai numeri di oggi ed oltre non va. Trovare la quadratura del cerchio è dunque il suo vero e gravoso compito, a dimostrazione che quando si spinge sugli estremi poi è difficile tornare indietro e recuperare credibilità su un terreno meno incline alle urla e più sensibile alle proposte argomentate.
Pd senza sinistra: di segno opposto, e quindi speculare, la situazione a sinistra, dove il Pd si conferma comunque il partito trainante, mentre la sinistra alla sua sinistra, dove si è presentata, ha raccolto numeri buoni solo a fare danni, non certo a vincere, con buona pace di Civati che vede praterie dove invece ci sono solo sentieri sempre più stretti per coltivare livori personali, rese dei conti interne e rendite di posizione sempre più esigue. Significativo in questo senso il 6,28% raccolto in Toscana dalla lista della "vera sinistra" che pure prometteva sfracelli a discapito del Pd.
Ma una lettura critica ed analitica di questo risultato va fatta, ed è tutta interna alle scelte del Pd, da cui ci si aspettava, con buona ragione,  candidature che marcassero  con evidenza il rinnovamento della classe dirigente sui territori invece della riproposizione di volti e nomi provenienti dalle precedenti legislature oppure, come nel caso della Moretti in Veneto, il frutto di un calcolo sbagliato fatto sull'esito del voto alle europee di un anno fa.
Ora, sarebbe ridicolo - anche se in queste ore è un luogo comune ampiamente abusato - negare l'evidenza dei numeri; in dodici mesi, in due tornate di elezioni regionali, il Pd si è aggiudicato dieci regioni su dodici, e giova ricordare che invece si partiva da una situazione di sei a testa, con buona pace della Ditta delle non vittorie, quindi la segreteria di Renzi, da questo punto di vista, può essere senza dubbio considerata vincente.
Ma è fuor di dubbio che il rinnovamento sui territori è ancora un progetto da costruire e da realizzare, mentre, per contro, giunge un messaggio forte e chiaro dagli elettori, ovvero che le rendite di posizione non pagano più, che le candidature nate per consuetudine, appartenenza e cooptazione hanno fatto il loro tempo e non sono più garanzia di successo, anzi, al contrario, suscitano insofferenza nel loro manifestare continuità con il passato e producono sconfitte che lasciano il segno. Il caso della Paita, in Liguria, ma anche la faticosissima riconferma della Marini, in Umbria, sono segnali nettissimi e non ignorabili della necessità di lavorare molto ed in profondità sulla costruzione di una nuova classe dirigente.
M5S: ha fatto una campagna elettorale lasciando a casa Grillo, segno che la batosta di un anno fa alle europee ha lasciato il segno e, forse, ha anche insegnato qualcosa in termini di mera condotta politica sul campo. Resta però un dato di fatto: gli argomenti usati dai grillini, a cominciare dal cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, dati in pasto agli elettori senza fornire alcun dato certo su eventuali coperture finanziarie di tali operazioni, hanno il fiato corto e le gambe ancora più corte, come insegnano le loro esperienze di governo locale, dove sono stati sconfessati proprio sui temi che li avevano fatti vincere, un caso per tutti la storia dell'inceneritore a Parma. Dunque, questa fase apparentemente più matura del movimento - che peraltro in Parlamento continua a dire di no a tutto, tenendo congelati da due anni i propri voti - dovrà dare tangibili riscontri di una accresciuta consapevolezza politica per nutrire ambizioni di governo, e giova ricordare a quelli che oggi cantano vittoria che, in tutta evidenza, non esiste una regione governata dal M5S, dunque la vittoria per ora è da rimandarsi ad un futuro che, forse, potrebbe persino vederli al ballottaggio, se a destra non si creasse una lista unitaria, ma difficilmente li premierebbe in termini di effettiva credibilità come forza di governo.
Astensionismo: le ultime tornate elettorali hanno evidenziato che anche in Italia, sia pure con molto ritardo rispetto alle altre democrazie occidentali, si è manifestata una grande mobilità dei flussi elettorali. Il voto identitario che ha caratterizzato la Prima Repubblica, la contrapposizione tribale della Seconda Repubblica, sono finiti lasciando cumuli di macerie sotto forma di disaffezione ai partiti e di patente mancanza di credibilità della politica agli occhi degli elettori. In questo quadro, due cose risultano palesemente ridicole: che i rappresentanti delle passate stagioni ancora in attività siano quelli che alzano i lamenti più alti sul dato astensionistico, invece di fare mea culpa e riconoscere le proprie gravissime responsabilità nell'aver creato questa frattura con gli elettori; che si ignori l'astensionismo quando fa comodo - tipo esaltare Podemos senza dire che in Spagna ha votato il 49% degli aventi diritto - e lo si agiti come spettro di una crisi della democrazia quando invece si tratta di coprire le proprie responsabilità nell'averlo creato. Anche da questi espedienti di piccolissimo cabotaggio passa il giudizio di una classe politica fallimentare da cui i cittadini, non votandola, prendono le distanze.

ChiBo

domenica 1 marzo 2015

Il bluff di Salvini

Dovremmo essere grati a Salvini, ed a coloro che hanno condiviso con lui il palco della manifestazione romana, per averne fatto una plastica dimostrazione di ciò che sosteniamo da tempo, ovvero che tali esibizioni tardocarnascialesche, a metà tra la gara di insulti dell'asilo e la sfida per la miglior mascherata fascioleghista, con contorno di scempiaggini sparate in libertà, non possono in alcun modo essere considerate una forma di autentica e autorevole opposizione politica.
Spacciare Salvini per oppositore riconosciuto del governo Renzi, equivale a rendere un pessimo servizio all'informazione ma, prima ancora, alla corretta lettura dello stato di salute della nostra vita politica, che non sta benissimo, a dire il vero, proprio per una evidente quanto preoccupante mancanza di quel sano ed indispensabile bilanciamento democratico rappresentato da una opposizione ben condotta che costituisce il primo e più importante cane da guardia della democrazia.
In realtà, con quella furbizia da Bertoldo che gli è tipica, Salvini ha messo in piedi in tempi rapidi una manovra molto più facile, e dunque destinata ad essere efficace sul breve periodo ma poco incisiva su quello medio-lungo, applicando alla lettera gli insegnamenti che la vecchia politica italiana ha seguito per decenni. Ha piantato per primo una bandierina su quel terreno ingombro di macerie che è oggi, ma non da oggi, il centrodestra italiano, costruendosi di fatto una rendita di posizione che, al momento, per manifesta inesistenza di altri concorrenti, gli frutta la facile nomea di oppositore, senza peraltro aver fatto alcunché o prodotto alcuna tangibile dimostrazione di meritarsela davvero.
Ha occupato uno spazio vuoto, e lo ha fatto a colpi di sparate demagogiche e populiste,  costantemente amplificate dalla sua onnipresenza mediatica, tanto da convincerci che Salvini esiste perchè parla, se tacesse per più di un giorno ci dimenticheremmo della sua esistenza, vista la sostanziale inessenzialità della sua azione politica. Azione che, per esser tale, o quantomeno coerente con quanto predica, lo vedrebbe impegnato al Parlamento europeo, dove si è fatto eleggere promettendo sfracelli, salvo poi non recarvisi mai, raggiungendo vette di assenteismo senza precedenti. E, contemporaneamente, lo impegnerebbe nella seria costruzione di un programma alternativo e convincente a quello di governo, non solo mirato all'opposizione costruttiva ma soprattutto in vista di un vero confronto politico che, presto o tardi, avverrà con le prossime elezioni politiche.
Invece Salvini non fa nulla di tutto questo, si limita a stare piantato nel deserto della destra italiana, a fare calcoli di piccolo cabotaggio, togliendo qua qualche voto al declinante Grillo, recuperando là qualche elettore da compagini estreme e di nicchia, ma consapevole che il grosso del serbatoio elettorale del centrodestra, quel voto moderato che ha sempre premiato Berlusconi, è destinato a sfuggirgli, ora e sempre, non avendo alcuna vocazione per il becerume sguaiato ed urlato di cui il leader leghista tanto invece si compiace.
È una operazione furba, strategica, e di corto respiro. Ma vale una rendita di posizione acquisita ed in questo momento non contendibile da altri, che fa di Salvini un leader per mancanza di alternative, il che è esattamente ciò che gli interessa essere oggi. Consapevole che un domani, in un confronto serrato da campagna elettorale, le scempiaggini spese a piene mani non gli saranno sufficienti, perchè prima o poi dovrà pur fornire qualche dato, qualche pezza d'appoggio a sostegno delle sue strampalate teorie, cosa che oggi rifugge sistematicamente dal fare, e che questo lo inchioderà alla propria vacuità, ma intanto sarà comunque il primo ad aver piantato quella bandierina sulle macerie, e tanto gli basterà non per vincere, chè non ha alcuna chance di farlo, ma certo per mantenere con poca fatica e nessun costrutto il ruolo di primo ed unico oppositore.
Con grave danno per la nostra democrazia, perchè un Salvini leader di opposizione non garantisce nè un sano bilanciamento nè, soprattutto, una azione costruttiva e positiva di controproposta politica tale da produrre una ricaduta benefica sulla nostra asfittica vita politica e parlamentare.
E di questo, ancora una volta, dobbiamo ringraziare la scellerata gestione cesaristica e mai lungimirante che Berlusconi ha fatto del suo immenso patrimonio di voti, alimentando con se stesso la illusoria convinzione della propria eternità in vita e della propria insostituibilità, uccidendo in culla ogni possibile erede del suo primato, costruendo un partito di cortigiani e non di teste pensanti, ed impedendo per vent'anni ogni possibile via di crescita del centrodestra italiano.
Salvini è l'ultimo regalo che Berlusconi ci lascia, un derivato tossico che non ha alcuna stretta utilità politica, un frastuono che copre il silenzio ma certo non lo colma di contenuti. E se fossimo nei panni del suo residuo elettorato, questa sarebbe certo la colpa principale che gli faremmo oggi, smettendo di nascondersi ancora dietro la stanca novellina del povero perseguitato e riconoscendo una volta per tutte il terrificante filotto di errori commesso in vent'anni di dissipazione scellerata di un patrimonio politico enorme.
Intanto, stando così le cose, non abbiamo e continueremo a non avere una opposizione degna di questo nome, ma soprattutto del suo ruolo, in Italia. Il che assicurerà lunga vita a Salvini, ma ancor di più lunga vita a Matteo Renzi.

ChiBo

lunedì 23 febbraio 2015

L'Oscar della supercazzola goes to...

La sindrome della sconfitta dissimulata, altrimenti nota come teorema della supercazzola prematurata con scappellamento a sinistra - solo perchè a destra, di questi tempi, non sanno più da che parte inchinarsi - produce sempre nuovi profeti, pronti a lanciare formule vaghissime e possibilmente senza senso alcuno solo per distrarre l'attenzione dalla propria comprovata inutilità. Maestri della narrazione del nulla, alcuni specializzati nello spettacolare rovesciamento di fronte - di solito, il proprio, prima sostenuto a spada tratta e poi testè rinnegato con invidiabile faccia di tolla - si sfidano ormai da decenni sul palco polveroso e logoro della politica italiana, ma è indubbio che negli ultimi tempi abbiano dato il meglio di sè, costretti come sono, dall'incalzare di eventi infausti che li vedono, chissà come mai, sempre dalla parte sbagliata, a continue acrobatiche capriole per smentire se stessi.
L'elenco degli esempi sarebbe lunghissimo, ma certo gli ultimi giorni sono stati particolarmente ricchi, tanto da richiedere un breve riepilogo per non perdersi nella ripetuta ed insistita azione di florilegi verbali che, in un attimo di distrazione, metterebbe chiunque a rischio di dubitare della propria sanità mentale. In sintesi, le nomination ed i vincitori all'Oscar della supercazzola prematurata:
Miglior cast: i Kalimera Brothers, meglio noti come la Compagnia della sconfitta assicurata. Accorsi in massa a sostegno dell'eroe greco, in meno di un mese ridotti al silenzio dall'inevitabile risultato dell'incontro-scontro fra Tsipras e la realtà, che ha visto la seconda nettamente vincitrice. A conferma che sparare panzane è facilissimo, ma governare è tutt'altra cosa, ed i programmi elettorali basati su promesse inattuabili non son più tanto di moda in tempi di vacche magre e debiti non più incoscientemente spalmabili sulle incolpevoli generazioni a venire.
Miglior attore non protagonista: colpo di scena con un ex equo, meritatissimo peraltro. Impossibile scegliere fra Civati, ormai messo in minoranza persino dalla minoranza tanto da rischiare di doversi fare opposizione da solo, e Fassina, che quando stava al governo con Letta dichiarava "le riforme si fanno con chi ci sta" ed oggi, dopo aver vomitato ettolitri di veleno sul patto del Nazareno, sostiene invece che "non si fanno le riforme da soli". La vera dannazione di entrambi, è di essere ormai buoni solo per i pastoni della giornata politica, gli sfottò sui Social e i titoli di quei geni di lercio.it ma totalmente ininfluenti sul piano politico. Comprimari per nascita, non protagonisti per totale mancanza di idee.
Miglior sceneggiatura: un autentico maestro dello storytelling, ovvero Gianni Cuperlo, il cui genio letterario ha partorito il miglior canovaccio politico a scoppio ritardato che si sia mai visto da queste parti. Il suo "bisogna ricucire con Forza Italia" all'indomani della rottura del patto del Nazareno, da lui fin lì collocato appena un filino sotto la cacciata dal Paradiso nella hit parade delle disgrazie capitate al genere umano, apre di diritto un nuovo filone narrativo, il "tutto e il contrario di tutto", per cui è già possibile prevedere un grande futuro alle riunioni del Circolo dei fulminati. Quelli che vivono al buio e pensano che la realtà sia un mero accidente da poter ignorare, basta spegnere la luce e dire "non l'avevo vista" perbacco.
Miglior attore protagonista: un solo nome, un solo vincitore, quel Landini sconfessato dai suoi stessi "protetti" che hanno preferito lavorare per sostenere la ripresa della propria azienda invece di scioperare, a Melfi come a Pomigliano d'Arco, a dimostrazione che le chiacchiere non fanno farina e non mantengono famiglie, il lavoro invece sì. E come ogni eroe, sconfitto ma non domo, che si rispetti, il nostro combattente delle cause perse si rilancia subito con un progetto meraviglioso, formare una "coalizione sociale per combattere democraticamente il governo Renzi" che non si sa che cosa sia, nè dove dovrebbe collocarsi, ma certo ha già vinto il premio per la miglior supercazzola con scappellamento a sinistra degli ultimi anni. Non sarà un partito nè un sindacato, ha chiarito da par suo Landini. Ecco, appunto, come se fosse antani.

ChiBo

lunedì 9 febbraio 2015

Moto, debiti e sex appeal

Quel gran genio del mio amico, con le mani sporche d'olio, è uscito dall'officina, è salito in moto ed è andato al governo. Chè in tempi di politica liquida, si sa, i quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno. E nella compagine ad alto tasso di testosterone messa insieme da Tsipras - le donne, in Grecia, pare siano in pausa di riflessione dopo il casino combinato con la guerra di Troia - ci voleva un macho di pelle vestito a ricoprire il ruolo del vendicatore degli oppressi. Era dai tempi di Achille, che non si vedeva un eroe delle cause perse votarsi impavido a tale disperata impresa.
E quindi, eccolo qua, il nuovo sex symbol della Rete, è bastato che si presentasse a Downing Street con la camicia di fuori, di un blu elettrico atto a sottolineare il gesto ribelle, per di più, e con i bikers borchiati a suggerire che lui, in Inghilterra, c'è andato a cavallo della moto, mica in aereo, per scatenare l'ormone sonnolento del Vecchio Continente, rimasto fermo alla camicia bianca della new generation del Pse e del tutto impreparato alla botta adrenalinica dell'economista palestrato. Yanis Varoufakis è diventato di colpo il miglior prodotto da esportazione, e forse anche l'unico, a dire il vero, che la Grecia abbia mai avuto dai tempi delle navi triremi e degli otri di terracotta.
Il che deve avergli dato leggermente alla testa, spingendolo ad abbandonare ogni cautela ed a lanciarsi in dichiarazioni avventate quanto roboanti, come si conviene al nuovo Pelide che non teme nulla se non il proprio sconfinato orgoglio. Dunque, prima ha confidato che il suo paese è già fallito e che non ha di fatto un tessuto nè industriale nè manifatturiero, e poi ha difeso quello statalismo spinto ed indiscriminato che ha partorito l'enorme debito che strangola il paese come unica ricetta possibile per uscire dalla crisi.
Se l'avesse fatto un altro, sarebbe stato inchiodato al proprio paradosso, ma al nuovo sex symbol si perdona tutto. Persino quando, con raro sprezzo del pericolo, ed ancor più del ridicolo, si avventura sulle orme già percorse da Gheddafi a suo tempo, e spara con spavalda arroganza una richiesta di risarcimento alla Germania per un debito risalente a i tempi della seconda guerra mondiale. Ora, questa era l'arma prediletta del furbo dittatore libico che, a cadenze regolari, di solito quando voleva ottenere qualcosa, rilanciava la sua richiesta all'Italia riguardo ai danni della guerra.
Ma lui era Gheddafi, quella sorta di paraculesco incrocio fra Totò sceicco e Moira Orfei vestito da uno stilista in vena di eccessi psichedelici, dunque ci faceva ridere, come fanno ridere tutti i dittatori quando esibiscono l'irrestibile debolezza della loro vanità mai mitigata da una sana e democratica ironia, che richiede libertà per essere esercitata.
E dunque dovrebbe farci ridere anche Varoufakis, se non fosse che quella sua allure da selvaggio 2.0 con cui si è candidato al ruolo di nuovo Marlon Brando ne ha già fatto un'icona fashion, sexy e tremendamente radical chic nel gran circo della comunicazione da Social, sempre in cerca di immaginette da venerare per mascherare la propria intrinseca debolezza di pensiero.
Certo, la sua somiglianza con Checco Zalone è inquietante, ma infine ci rassicura. È un bravo ragazzo, dai, prima o poi scenderà dalla moto e si comprerà anche lui una station wagon. Tedesca, naturalmente.

ChiBo

sabato 31 gennaio 2015

Vincitore e vinti

L'ha fatto di nuovo. Ha spiazzato tutti, ha calato l'asso al momento giusto, soprattutto ha dimostrato doti di grande strategia politica, essendo uscito vincitore con una sola mossa perfetta da quello stesso Parlamento - stesso per traballante composizione e balzani umori - che seppellì Bersani alla prova delle elezione del Presidente e, contestualmente, archiviò definitivamente e nel peggiore dei modi la sua carriera politica. Comprensiva di tutte le ambizioni di cui era fatta.
Oggi, dall'elezione di Sergio Mattarella si evince un quadro chiarissimo e di univoca lettura, cosa rara, forse addirittura unica, in un paese in cui, in politica, tutti si dicono sempre vincitori ed il confine fra vittoria e sconfitta resta quasi sempre indeterminato e propizio a qualsiasi valutazione effimera e di parte. Oggi no, oggi la situazione è netta, anche per coloro che ancora non l'hanno capita, o fingono di non averlo fatto, e dunque si può riassumere così:

Vinti:
1- Grillo e M5S. La disastrosa conduzione di quest'ultima prova, ha certificato con estrema chiarezza, se ancora ce ne fosse bisogno, la loro sostanziale inutilità politica. L'isolamento autistico ed autoereferenziale in cui si sono volontariamente chiusi sin dall'inizio della loro avventura parlamentare, l'assenza di qualsiasi strategia politica unita alla evidente incapacità di elaborarne una, hanno prodotto soltanto il congelamento sterile dei voti - e sono tanti - e dunque degli elettori che dovrebbero rappresentare. Il balocco della consultazione popolare in Rete si è rotto per sua stessa intrinseca fragilità, la sola trovata di resuscitare fra i candidati Prodi, colui che ci portò dentro quell'euro dal quale i grillini vogliono uscire, ha testimoniato la pochezza di ragionamento, la debolezza fatale di un movimento che non ha teste pensanti ed ha esaurito la breve portata malpancista che lo aveva partorito. La discesa è già iniziata, le continue espulsioni, le scissioni avviate a livello territoriale, sono già in atto, ma ad oggi pare impensabile che si registri una ripresa in termini di credibilità politica per una forza che, fuori dall'urlo becero e dalla sparata populista, non ha saputo fin qui produrre una sola buona ragione della propria esistenza parlamentare.
2- dissidenti del Pd- i Kalimera Brothers cercavano il Papa straniero, senza aver mai capito di averlo già in casa. Come loro solito, hanno preso fischi per fiaschi, votando convinti Mattarella come prova vivente della fine dell'osceno Patto del Nazareno, oggetto dei loro incubi peggiori e delle loro presunte battaglie contro la deriva di destra a loro dire imposta da Renzi. Ora, da gente che non ne ha azzeccata una, e che coltiva da sempre una relazione stabile con la sconfitta, non si può pretendere una capacità anche basica di analisi politica, ma siccome qui siamo di buon cuore, gliela offriamo gratis al prossimo capoverso, sperando che impedisca loro di cadere dal pero al prossimo riprendere del patto per le riforme.
3- Berlusconi - Uno che non impara mai dai propri errori. Ha pensato di fare il furbo annunciando che la nomina del Presidente era compresa nel patto del Nazareno e non si è preoccupato della smentita - una, sola, secca - di Renzi. Ha creduto addirittura di poter recuperare l'antico rapporto di padronanza con senza quid Alfano, e di avere forza sufficiente a vincere una partita in cui, invece, ha sbagliato tutto sin dall'inizio. Dal primo grave errore, ovvero aver sottovalutato Renzi ed aver creduto che le divisioni interne al Pd fossero più gravi e soprattutto insuperabili di quelle di Forza Italia. Si è ritrovato col cerino in mano, il suo partito ancora più frammentato rispetto a pochi giorni prima, isolato in una debolezza che gli rende impossibile qualsiasi vera mossa ulteriore. Non può più andare all'opposizione, non sarebbe assolutamente credibile rispetto ad un Salvini che, comunque la si pensi sul personaggio, almeno ha tenuto ferma la sua posizione di avversità al governo Renzi. E non può uscire dal patto delle riforme detto Nazareno, perchè perderebbe l'ultima possibilità di ritagliarsi, almeno, un piccolo ruolo di padre della patria, sia pure all'ombra di Renzi. Non ha alternative, e chiunque pensi, dica e scriva che il patto del Nazareno è morto non sa quello che dice, oppure fa finta di non saperlo.
4- i luoghi comuni su Renzi. La lista è lunghissima: babbeo, ebetino, renzuschino, berluschino, ignorante, cazzaro, privo di idee, privo di strategie....continuate pure e scusate se ne manca qualcuno all'appello. La mossa perfetta, una ed una sola, con cui Renzi ha giocato e vinto la delicatissima partita del Quirinale, certo la prova più dura politicamente parlando, cui sia stato fin qui chiamato a rispondere, dimostra una volta per tutte come mai tutti coloro che, nel corso degli anni e nelle varie fasi della sua esperienza politica, lo hanno sottovalutato, sbeffeggiato e delegittimato con supponente spocchia, siamo stati tutti asfaltati da lui. Nessuno escluso.
Vincitore: uno solo, Matteo Renzi, naturalmente. Che ha capito perfettamente la lezione di due anni fa, che comportò la debacle finale di Bersani, e su quello ha ragionato. Proponendo un nome che mettesse tutti nelle condizioni di non poter non votarlo, invece di cadere nella solita trappola del candidato contro qualcuno ha cercato un candidato a favore di qualcosa, e su quello ha compattato tutti. Lucidamente consapevole che i dissidenti del Pd lo avrebbero votato pensando di fare uno sgarbo a Berlusconi; che il centrodestra si sarebbe ulteriormente spaccato ma mai allontanato troppo da lui, per l'intrinseca debolezza delle sue varie e velleitarie componenti; che nei confronti del paese, un Presidente costituzionalista in tempi di riforme istituzionali è davvero un garante degno di fiducia e di rispetto. Ha calcolato tutto, ha taciuto mentre impazzava il toto-nomi, ha smentito con i fatti la presunta intesa segreta del Nazareno, ed al momento giusto ha piazzato la mossa vincente, portando a casa la partita che non si esaurisce con l'elezione di Mattarella ma che certifica un risultato politico clamoroso. Una prova di lucidità e maturità che davvero richiama Machiavelli: golpe e lione, ovvero intelligenza e coraggio. Di questo tempi, uno così, ci serve davvero.

ChiBo

lunedì 26 gennaio 2015

Tsi-nistrati

A saperlo prima, ci saremmo dichiarati tutti greci già da mesi, evitando scontri politici accaniti quanto improduttivi, impasse parlamentari, minacce di scissioni e tutto l'armamentario che la "vera sinistra", quella irrimediabilmente affezionata alla sconfitta garantita, ha messo in campo dopo che alle elezioni del maggio scorso l'altra sinistra, quella inopinatamente finita in mano a Renzi, era invece riuscita clamorosamente a vincere, come mai prima nella propria storia. Una cosa inammissibile, perbacco, non si tradiscono così gloriose e consolidate tradizioni da perdenti.
E dunque, si sono alzate barricate da far invidia ai più ferventi giacobini, che mai ebbero fra le loro fila eroici combattenti del calibro di Mineo e Chiti, per dire, pronti ad immolarsi nella lotta per impedire l'abolizione del bicameralismo perfetto, e l'approvazione di una legge elettorale con soglia di sbarramento e premio di maggioranza, agitando impavidi la bandiera della democrazia in pericolo, minacciata addirittura nella sua stessa sopravvivenza. Intanto che altri giganti del pensiero politico, gente come Civati e Fassina, mica Cip e Ciop eh, denunciavano incessantemente l'orrido Patto del Nazareno per le riforme, e la coalizione di governo con un frammento di centrodestra, come prove sicure e certo scandalose di una deriva leaderista e fascista da contrastare con ogni mezzo.
Eppure, sarebbe bastato evocare Tsipras e la Grecia, possibilmente nella stessa frase, per evitare tutta questa agitazione; se a fine maggio, dopo il sonante risultato delle europee, Renzi avesse fondato la brigata Kalimera, invece di perder tempo ad abolire il Senato, per esempio, oggi dormirebbe fra due guanciali e certo si sarebbe risparmiato mesi di estenuanti diatribe sul nulla.
Perchè la Grecia è la soluzione, e Tsipras il suo profeta. La Grecia che ha un Parlamento monocamerale, una legge elettorale con soglia di sbarramento ed un premio di maggioranza che va al primo partito indipendentemente dalla percentuale di voti presa: ma tutto ciò è bellissimo, democraticissimo, anzi, ma vedi come si sono modernizzati 'sti greci, e non hanno neanche uno straccio di un Chiti a bastonarli perchè due camere sono necessarie - doppi servizi, inclusi, naturalmente.
E questo Tsipras, sì, che è un vero rivoluzionario, perbacco, dice che vuole cambiare verso all'Europa - ah vi sembra di averlo già sentito dire a qualcun altro?! Ma no, ma dai, magari in Italia avessimo uno così. Che vuole uscire dall'euro, ma anche no. Che vuole cancellare il debito, ma poi invece finirà per rinegoziarlo, che trascina le folle e governa da solo - chè leader, in greco, non è mica una parola che odora di fascsimo, per carità - anzi, no, fa l'accordo con la destra antieuropea, ma a questo proposito solo persone di provata e cieca malafede potrebbero sostenere che sia un governo con la destra, e per di più quella modello lepenista-salviniano che invece da noi sta all'opposizione, no, questo è un capolavoro di ingegneria  politica che rovescerà le sorti del mondo e traccerà una nuova via per il progresso di tutti noi.
Insomma, un trionfo, specie quando il consigliere economico di Tsipras ha dichiarato che vuol seguire il modello Renzi, ma questa frase è andato lost in translation nell'euforia dei festeggiamenti, figurarsi se Nichi, Pippo e Stefano, meglio noti come Kalimera's Brothers,  avrebbero mai fatto tanta strada per sostenere uno simile a quello che avevano già in casa loro senza peraltro esser riusciti a liberarsene.
No, la verità è che Tsipras è fortunato perchè gli accordi di Schengen non si applicano ai politici e vige ancora la regola che ognuno debba candidarsi in casa propria. Perchè se gli eroi della brigata Kalimera si fossero candidati con lui, il loro eroe avrebbe perso le elezioni clamorosamente ed ora si troverebbe costretto ad almeno due mesi di trattative in streaming con Civati a fare da pontiere. E da Kalimera a Kalispera, si sa, il passo è breve.

ChiBo  

lunedì 19 gennaio 2015

Cineserie

Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao, ed avrebbe dovuto aggiungere che anche nella testa dei cinesi le idee, tanto chiare, non sono. Come si è incaricato di ricordarci il Cinese di casa nostra, al secolo Sergio Cofferati, mettendo insieme un campionario di contraddizioni e paradossi di rara complessità persino per le travagliate e non di rado schizofreniche vicende della politica italiana. Oggetto di tanta sofferta analisi, le primarie.
Ora, facendo un passo indietro, bisogna fare un minimo di chiarezza prima di addentrarsi nello strascico dell'ultimo episodio, quello ligure, per ricordare qualche passaggio fondamentale degli ultimi tempi in termini di utilizzo e regole delle primarie che, da strumento formidabile per la crescita e la selezione dal basso di una nuova leva politica, spesso sono diventate invece un campo minato che ha messo a dura prova lo stesso principio democratico che rappresentano.
Il Pd ha il merito di averle introdotte, unica forza politica a farlo nel nostro paese dove regna sovrana la cooptazione sulla base di valutazioni che quasi mai hanno a che vedere con la qualità e molto invece con la subalternità ad un leader, ad una corrente, ad un sistema, ma a questo merito non ha mai voluto dare solide basi, facendo inizialmente ridicole consultazioni con un candidato unico, ovvero la negazione evidente del principio di scelta che muove le primarie, e poi spaventandosi moltissimo delle conseguenze del voto laddove, con fatica e molte lotte interne, si cominciavano ad avere primarie vere, il cui riusato finale andava sempre a danno del candidato ufficiale del partito e premiava puntualmente l'outsider di turno.
Cosa che, all'interno di un soggetto politico solido e strutturato avrebbe naturalmente indotto una sana ed approfondita riflessione su un paio di temi scottanti, ovvero come mai il nostro candidato non è mai quello in sintonia con il territorio, e perchè il nostro elettorato premia invece un outsider, dunque questo avrebbe comportato una analisi del criterio di scelta e valutazione dei propri rappresentanti che, a sua volta, avrebbe determinato un ragionevole e ragionato cambiamento del criterio suddetto. Naturalmente, nel Pd che solido e strutturato non è mai stato, e neanche si è mai avvicinato ad esserlo, si è invece avviato un percorso opposto, ovvero come mettere ogni genere di limitazioni e paletti alle velleità di un elettorato indisciplinato onde evitare il successo di outsider indesiderati e pericolosi, e mantenere così il controllo sui territori amorevolmente affidati, in misura diversa, agli esponenti della quarantina di correnti interne al partito, tutte felicemente aventi diritto al proprio piccolo o grande feudo elettorale. Dunque, al vanto del tutto sterile del "noi siamo gli unici a fare le primarie perchè siamo democratici", non solo non ha fatto seguito una operazione di consolidamento di questo strumento, ma anzi si è affermata una forma di negazione della stessa libertà di scelta che ne costituisce il valore originario.
Emblematiche in questo senso, le primarie per il candidato Premier che videro battersi due anni fa Bersani e Renzi, quando la dirigenza del partito partorì un meccanismo di autentica mappatura genetica dei propri elettori, arrivando a chiedere la giustificazione con prove tangibili per la mancata partecipazione al primo turno, e sopratutto realizzando il più colossale controsenso mai visto nella storia delle democrazie occidentali, ovvero il fermo e lucido respingimento degli elettori dalle urne. Tutto ciò in nome di un principio che, in politica, parrebbe una sesquipedale follia, ovvero un restringimento perimetrale, per non dire ghettizzante, del proprio elettorato, ridotto per totale mancanza di senso di realtà quasi ai soli iscritti al partito, escludendo a priori di poter conquistare il consenso di nuovi sostenitori. La debacle rimediata alle elezioni politiche, nacque allora, e certo non poteva stupire che partendo  da presupposti tanto sbagliati si giungesse ad una fallimentare "non vittoria".
Ora, l'esigenza di una regolamentazione chiara e soprattutto di garanzie di trasparenza nei meccanismi di iscrizione e di voto alle primarie del Pd, è ancora evidente e non la si può in alcun modo nascondere o negare, se davvero si vuole non solo riaffermare il valore di questo strumento ma anche sperare che, garantendo davvero ai cittadini di poter scegliere i loro candidati - meccanismo molto più potente e sensato dell'illusorio voto di preferenza dato alle elezioni con liste già fatte da altri - questi vi si affezionino a tal punto da costringere tutti i partiti a praticarlo.
Ma la posizione di Cofferati è indifendibile, da qualunque punto di vista la si guardi. Nel momento in cui ha scelto di candidarsi, era perfettamente consapevole della penetrabilità del meccanismo, dunque aveva comunque già scelto di accettare il rischio, premesso che, avendo ricoperto ruoli non proprio secondari, politicamente parlando, avrebbe potuto da gran tempo mettere a disposizione del partito tutta la sua sapienza ed esperienza per migliorare le regole delle primarie, invece di fingere di cadere dal pero a sconfitta incassata.
Dunque, ha scelto di correre pensando che, se avesse vinto, avrebbe potuto dire di averlo fatto nonostante tutto, e se avesse perso avrebbe potuto dichiararsi vittima di un meccanismo falsato, ma nel primo caso non avrebbe rinunciato alla propria vittoria per amore di verità, temiamo. Avrebbe invece scelto di farsi testimone di una eroica vittoria contro il sistema che pure l'aveva generata. Un atteggiamento un tantino schizofrenico, a occhio.
E le sue dimissioni polemiche e rancorose, in nome di una purezza di principi da difendere sollevando opportuno e virtuoso scandalo, sono egualmente indifendibili, perchè se davvero si crede in qualcosa ci si batte stando dentro un partito e lavorando per cambiarlo in meglio, non si fugge perchè sconfitti ed offesi, rinnegando persino il valore di quelle scelta di democrazia insita nelle primarie cui si aveva deciso di partecipare. C'è una lezione dura e profonda nella sconfitta, che è quella che dimostra davvero la bontà di ciò che muove gli individui: se perdi, ti rialzi e continui per la tua strada, la tua buona fede è evidente e ne esce persino rafforzata, ma se perdi e scappi, incolpando le regole ed il tuo partito, allora vuol dire che hai corso per motivi che nulla hanno a che vedere con i principi ma molto con il solo tornaconto personale.
Il termine di paragone, in questo caso, è evidente e ce lo ricordiamo tutti perchè molto recente. Renzi perse contro Bersani, e prima ancora contro regole assurde, fece un bellissimo discorso della sconfitta, e poi si mise a disposizione del partito per tutta la campagna elettorale delle politiche. Se fosse scappato, non solo avrebbe perso faccia e credibilità, ma avrebbe tradito tutti coloro che lo avevano sostenuto in quella battaglia e che si riconoscevano nel Pd rappresentato da lui e dal suo programma e non da quello di Bersani. Quelli che sono tornati, e quanti, a votarlo un anno dopo alla primarie proprio come Segretario del partito.
Dunque, le cineserie vecchio stile di Cofferati non hanno più senso di esistere perchè non portano nulla di autentico e di utile al dibattito politico, men che meno depongono a favore della sua credibilità. Resta, certo, l'esigenza di affrontare una volta per tutte la regolamentazione e la trasparenza delle primarie, e questo è un compito di cui Segretario e dirigenza del Pd devono responsabilmente farsi carico, ma chiunque ci sia stato prima di loro negli anni, tacendo, anzi avallando, certi mostruosi pastrocchi del passato più o meno recente, abbia almeno la decenza di tacere.
E se proprio non possiede la nobile arte del saper perdere, si ingegni in quella dell'uscita di scena decorosa, senza rinnegare ciò che fino al giorno prima gli era andato benissimo al punto di farlo proprio tentando di cavalcarlo.

ChiBo

giovedì 8 gennaio 2015

Non possiamo non dirci laici

Ha ragione chi oggi scrive che quanto accaduto a Parigi è il nostro 11 Settembre, perchè ci colpisce nel fulcro della nostra civiltà che non risiede nel potere economico o politico, ma nel fondamentale assunto della libertà intesa come somma di tutte le libertà individuali capaci di tenersi insieme nel rispetto delle reciproche diversità. Quel "non la penso come te ma mi batterò fino alla morte perchè tu possa esprimere le tue idee" che è stata e resta la nostra più grande conquista, la nostra migliore prerogativa, la nostra unica concreta possibilità di salvezza dai totalitarismi di ogni genere, compresi quelli religiosi.
Dunque, è evidente che chi voglia minare le nostre vite dalle fondamenta, attenti alla nostra libertà principale, quella di espressione, madre di tutte le altre, e che miri al cuore della satira che esercita la sovversiva arte del riso e dello sberleffo che costituisce l'offesa più profonda per chi vive di paura, semina paura, predica paura, opprime con la paura e teme il ridicolo più di ogni altra cosa.
Nessuno è più libero di chi sa ridere, perchè per farlo occorre spirito critico, innanzi tutto - il più temibile avversario di ogni integralismo - e poi quella leva meravigliosa, leggerissima e ficcante insieme, che è l'ironia, strumento di lettura del reale a disposizione dell'intelligenza indagatrice. Nessuno è più schiavo di chi non sa ridere, e confonde la serietà con la paura, il ghigno persecutorio con la verità, ostentando sempre una faccia buia e ringhiosa come prova della propria inutile forza. Perchè senza libertà, la forza genera solo mostri, uccide ma non fortifica, devasta ma non costruisce, annienta ma non progredisce. Conquista terreno incolto solo per strisciarci sopra, ma non sa farne terra fertile capace di dare frutti.
La nostra storia, quella che rende l'Europa, pur con tutti i limiti, ancora e sempre una terra di libertà e di diritti, di tutele e di garanzie, è una conquista lenta, lunghissima, dolorosa e faticosa sul cammino che porta dal buio dell'oppressione alla luce, sia pure ricca di ombre, della democrazia. Abbiamo vissuto, combattuto e superato gli assolutismi di ogni genere, le monarchie, i regimi, il potere temporale della Chiesa, e lo abbiamo fatto con il più potente strumento a nostra disposizione, ovvero la costruzione, l'elaborazione e l'esercizio di un pensiero critico che è l'unico vero antidoto contro ogni forma di soggezione intellettuale, religiosa o politica che sia. Lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo stabilito che la diversità di opinioni, fedi, convinzioni, non era il pericolo da combattere ma la nostra più grande risorsa, ciò che infine ci rende liberi tra liberi, capaci di convivere ognuno secondo le proprie idee, trovando un denominatore comune nella reciproca libertà di criticarle, opporvisi, combatterle sul terreno dell'argomentazione logica e dialettica, senza per questo imprigionare, condannare, uccidere, giustiziare nessuno in nome di una qualunque ortodossia assolutista.
Per questo, per difendere tutto questo, per ribadire i principi ed i valori della nostra civile convivenza, oggi più che mai non possiamo non dirci laici, di quella sana, felice, fertile laicità che è l'unica vera garanzia che possiamo offrire a tutti noi. Garanzia di libertà eguale fra diversi, di tutela e di rispetto, di rifiuto della paura e dell'oppressione, della minaccia e della schiavitù prima di tutto intellettuale che è quella che genera tutte le altre.
È la laicità che permette alle Costituzioni di dichiararci tutti uguali stabilendo il nostro diritto individuale a pensarla come ci pare, ed a farlo, a dirlo, a scriverlo, dipingerlo, disegnarlo, filmarlo senza essere perseguitati per questo. È la laicità che non stabilisce elenchi di cose proibite - libri, film, vignette, articoli - ma asserisce invece che tutto è passibile di critica, discussione, dibattito e controargomentazione, nell'ambito di un reciproco rispetto che si fonda sul riconoscimento del diritto di ciascuno ad avere una opinione diversa, che è l'elemento maggiormente destabilizzante per chi invece vuole imporre con l'unico strumento che ha a disposizione, la violenza cieca che genera paura, una ed una sola verità. E non importa che sia in nome di un dio, di una fede politica, di una qualunque teoria, l'ossessione del possesso di una mono-verità si manifesta sempre allo stesso modo, ed ha sempre e solo un principale nemico, la libertà di pensiero che genera invece molteplicità e ricchezza di posizioni diverse.
È la laicità che oggi dobbiamo difendere, non per bandire una nuova crociata religiosa, ma per ritrovare invece la forza di combattere una nuova potente battaglia intellettuale e culturale. Se ci pieghiamo alla logica censoria del "se la sono cercata, non si fanno vignette sull'Islam impunemente" rinunciamo per viltà e codardia intellettuali a difendere il valore fondante della nostra civiltà, quella profonda e necessaria necessità di confronto anche aspro, anche forte, anche provocatorio, che fa di noi persone in grado di misurarsi sul terreno delle nostre convinzioni fino ad arrivare ad una sintesi accettabile ai più.
Per cui difendere oggi la laicità non è una battaglia religiosa o contro una religione, che è la trappola riduttiva in cui non dobbiamo cadere, ma è invece una battaglia fondamentale contro qualunque assolutismo attenti alle nostre sofferte conquiste, tutte riassumibili nella  originaria libertà, vastissimo contenitore di concetti e, prima di tutto, responsabilità. Questo riafferma la laicità come necessaria ed imprescindibile: la nostra indiscutibile, gravosa, meravigliosa responsabilità di essere individui liberi, chiamati a pensare, agire, operare come tali. Con la consapevolezza che non è mai un dio a minacciarci, ma sempre un disegno buio ed opprimente di privazione di libertà.

ChiBo

mercoledì 3 dicembre 2014

Nudo alla meta

A chi non è mai successo di dire "non ho nulla da mettermi" in un momento topico della propria vita?! Quello che aspettavi da sempre, quello che ti avrebbe permesso di cambiare  tutto, di svoltare una volta per tutte - e invece, ops, l'armadio sceglie proprio quel momento per tradirti, annunciandoti beffardo che, no, non ha proprio nulla di buono in serbo per te.
Qualcosa di simile deve essere accaduto a Matteo Salvini, meglio noto come Matteo 2 la brutta copia, chè di questi tempi tra fake e cloni è un'impresa distinguersi, come ben sa il povero Cuperlo, ormai costretto ad una crisi di identità irreversibile ogni volta che si chiede come abbia potuto scrivere Tweet tanto ironici e ficcanti a sua insaputa. E infatti chi spopola su Twitter è un suo strepitoso imitatore.
Dunque, il Salvini ottiene la possibilità che aspettava da una vita, ovvero una copertina nazionalpopolare su Oggi, per conquistare le nonne, le mamme, le famiglie tradizionali, in una parola quegli "italiani veri" che sono da sempre i destinatari del suo verbo ed anche gli oggetti - spesso inconsapevoli e magari pure recalcitranti - del suo desiderio elettorale. Ma siccome la malasorte è sempre in agguato, questa meravigliosa chance gli viene offerta nella settimana sbagliata, la classica peggior settimana della sua vita, quella in cui si verifica la tempesta perfetta nota anche come "nemesi del guardaroba leghista". Riassumendo:
- Salvini ha bruciato tutte le camicie bianche dopo aver visto la foto dei leader del Pse alla festa dell'Unità, per marcare la propria diversità antropologica da costoro. Posto che: 1- la differenza fra lui e quel gran figo di Pedro Sanchez era non solo visibile ad occhio nudo ma stabilita con lo stesso risultato della partita Roma-Bayern Monaco, che è andata ad un pelo dall'essere sospesa per manifesta inferiorità di una delle squadre in campo. 2- Maremma Padana, non ho mai avuto una camicia bianca, solo verdi. 
- le mitiche felpe da nerd, indossate nelle varie apparizioni televisive e nei comizi elettorali, erano tutte inutilizzabili, ne serviva una con scritto "Italia" ed era l'unica che il nostro eroe mai avrebbe pensato di indossare, lui che a Bruxelles volta regolarmente le spalle quando suonano l'inno di Mameli non aveva minimamente considerato lo spirito patriottico. Restava solo un maglioncino striminzito dopo l'ultimo bagno nelle acque del Dio Po, ma era verde stinto e in foto non sarebbe venuto bene.
- il doppiopetto della festa dei diciotto anni era purtroppo andato smarrito in Corea del Nord, intanto che il nostro era intento a lodare la pulizia delle strade, tipico fiore all'occhiello dei dittatori, che son gli stessi che poi ti sequestrano il bagaglio per eccesso di zelo mastrolindico, e ti lasciano nudo come un verme quando hai bisogno di uno straccio di vestito decente.
- il colbacco di pelo regalo dell'amico Putin, sincero liberale e dunque generoso nei doni, specie a coloro che si impegnano ad affossare l'Europa dicendosi di destra, è stato scartato perchè le sue eccessive dimensioni a) non entravano nella copertina di Oggi, b) dotavano il nostro eroe di una eccessiva macrocefalia che poteva indurre ottimistiche quanto illusorie aspettative sulle grandi idee custodite in cotanto involucro.
- la camicia giallina indossata per l'uscita in discoteca con Marine Le Pen era già stata vista e peraltro già opzionata in esclusiva mondiale per un servizio sul prossimo numero di Vogue, titolo: Cara, stasera usciamo dall'euro. Dunque, era inutilizzabile.
Non restava che la cravatta verde, regalo di Umberto Bossi ai bei tempi di "Roma ladrona, aspettaci che partecipiamo anche noi". Da qui, il colpo di genio: Salvini nudo con cravatta verde. Sotto la cravatta, nulla. Cosa credevate?! 


ChiBo 


lunedì 24 novembre 2014

La guerra dei voti (degli altri)

Ogni tornata elettorale scatena da sempre una ridda di commenti, di solito oscillanti tra il più banale luogo comune e la vecchia gara a coprirsi con la coperta troppo corta, che costituiscono, con alcune rare eccezioni, la parte peggiore, per non dire la più estenuante, dell'immediato dopo voto. Questa volta, però, siamo andati davvero oltre, dando il via ad un giro di schiaffi che, nella dichiarata volontà di coprire i dati di fatto e di colpire, invece, un unico bersaglio - ovvero chi governa - ha sollevato alte cortine fumogene che sarà bene tentare di diradare, giusto per non perdere l'abitudine a ragionare in favore di quella, pessima, della sparata becera tanto utile per i titoli dei giornali quanto inutile ai fini di una analisi oggettiva. Di seguito, gli argomenti più gettonati:
L'astensionismo in Emilia Romagna è uno schiaffo al Pd di Renzi: intanto, l'astensionismo ha colpito tutti i partiti indistintamente, e su questa base si deve ragionare, partendo da due considerazioni di fondo: il primo fortissimo segnale venne due anni orsono dalle elezioni regionali in Sicilia, con oltre il 50% degli astenuti, ed ogni tornata elettorale ha confermato questo trend negativo, che in parte è figlio della mala politica degli ultimi decenni che ci ha trascinati nel baratro, con l'aggravante della crisi economica persistente, ed in parte si lega alla seconda considerazione da fare, ovvero che il voto identitario che portava la quasi totalità degli elettori italiani alle urne è definitivamente tramontato, come abbiamo ripetutamente constatato negli ultimi anni. La mobilità dei flussi elettorali è ormai una realtà anche nel nostro paese, sebbene molto recente rispetto ad altri, e di questo fenomeno fa parte anche l'astensione, cui non eravamo abituati. Ora, in una regione come l'Emilia Romagna, dove il voto identitario era nel DNA stesso dei cittadini, è innegabile che lo scossone fortissimo dovuto allo scandalo dei rimborsi elettorali che ha colpito tutti, Pd compreso, le dimissioni di Errani indagato, la presa che ha ancora oggi la quasi sovrapposizione con il sindacato e la fase di passaggio dal "tortello magico" a trazione emiliana al nuovo corso renziano, si siano sommati dando vita ad un crollo dei votanti. Che però non hanno, ad esempio, scelto Sel, ormai ridotta a percentuali al limite del rilevamento, dunque la cosiddetta "vera sinistra", e neanche si sono buttati sulla antipolitica grillina o sulla sua versione destrorsa incarnata da Salvini. Semplicemente, hanno saltato un giro, e su questo, semmai, deve riflettere il Pd, non solo il suo Segretario ma soprattutto coloro che, dal giorno della sue elezione, lavorano alacremente e quotidianamente per scalzarlo: in democrazia, vince chi porta gli elettori a votare, ovvero li convince con le proprie idee ed i propri programmi, e se la cosiddetta "vera sinistra" non ci riesce, anzi, si sta rapidamente estinguendo, è chiaro che il suo appeal non ha nessuna presa sull'elettorato. Quindi, semmai, il neo eletto Bonaccini, e con lui tutto il Pd, da oggi deve lavorare per recuperare credibilità sotto il profilo della trasparenza, prima di tutto, e poi per offrire al proprio elettorato validi motivi per tornare a votare con convinzione il proprio partito, sulla base di una buona amministrazione e di una decisa chiusura con pratiche di utilizzo di denaro pubblico che non solo costituiscono reato ma indignano i cittadini oltre misura e li allontanano sempre più dalla politica.
La vittoria è delegittimata: i cultori di questo mantra, ripetuto come una cantilena rassicurante per i perdenti di mestiere che possono solo gioire delle difficoltà altrui, con l'aggravante di aver però contribuito a crearle a danno della propria parte politica, dovrebbero coerentemente sostenere, sulla base dello stesso strampalato principio, che tutti i Presidenti degli Stati Uniti, tanto per fare l'esempio più eclatante anche se non l'unico, siano stati degli usurpatori, vista la bassa affluenza che da sempre caratterizza le elezioni presidenziali americane, dove pure la posta in gioco è altissima. In realtà, i poverini dovrebbero smettere di pensare che la vittoria sia solo plebiscitaria, come ai tempi del pensiero unico e dello schieramento ideologico a loro tanto cari tuttora, e comprendere una volta per tutte che in democrazia vince chi prende più voti, punto. La legittimazione è data dall'atto stesso della convocazione elettorale e dal suo regolare e libero svolgimento, e gli astenuti, paradossalmente, affidano una delega in bianco al vincitore, avendo scelto di non votare, mica di fare la rivoluzione, altrimenti avrebbero espresso la loro disapprovazione in ben altri modi. Fondando un nuovo partito, ad esempio. Cosa che non è avvenuta.
Il trionfo di Salvini: posto che, rispetto alle precedenti elezioni regionali, la Lega ha perso circa cinquantamila voti, vista la flessione dei votanti che ha colpito tutti i partiti, il dato generale non lo premia, mentre è chiaro che il senso vero della vittoria sta nell'aver doppiato Forza Italia e soprattutto nell'essersi ripreso i voti che negli anni passati la Lega aveva ceduto a Grillo. Il che non stupisce affatto, visto che i due leaders sostengono le stesse cose, sparano le stesse scempiaggini, senza peraltro mai sottostare all'obbligo di fornirci debite e puntuali spiegazioni; siamo sempre in fervente attesa di sapere come, a quale prezzo e pagato come e da chi si dovrebbe uscire dall'euro, secondo questi poderosi statisti della chiacchiera al bar, ad esempio, ma capiamo che più di tanto non si possa pretendere da loro. Dunque, il travaso di voti da MS5 a Lega è del tutto naturale, la demagogia populista è la stessa, diverso è il quadro se lo si rapporta ad una cornice nazionale, perchè se è vero che la sbornia grillina è passata, ed è stato sufficiente un anno e mezzo alla prova del Parlamento per scoprire il bluff, è vero anche che inizialmente aveva fatto presa un po' in tutta Italia, obbiettivo che invece si configura molto più difficile da raggiungere per Salvini, vista tutta la paccottiglia nordista da lui sempre propagandata. E anche se oggi si fa furbo e non parla più di Padania, ciò non basta a garantirgli il voto del Sud. Neanche recuperando quel che resta dei grillini, e spostandosi definitivamente a destra, dove gli elettori di Forza Italia non lo seguirebbero, e certo i numeri risibili raccolti dalla Meloni anche a questo giro non autorizzano ottimistiche previsioni.
Il Patto del Nazareno ha resuscitato Berlusconi: è da gennaio che ridiamo di questa colossale scempiaggine che oggi, numeri alla mano, evidenzia tutta la pochezza di chi l'ha partorita. Il prossimo che ancora si azzarderà a pronunciarla o a scriverla, insieme all'altro imperdibile must "Renzi è il figlio di Berlusconi", vincerà con pieno merito un emozionante giro al campo Rom con Salvini, che è l'unico vero figlio che il caro leader ci ha lasciato grazie a vent'anni di assoluta incapacità nella costruzione di una classe dirigente degna di questo nome. E forse, visti i risultati, neanche Silvio l'highlander oggi si augurerebbe di resuscitare politicamente un'altra volta. L'elmo con le corna, tanto caro ai raduni leghisti alla sorgente del Po, lo spettinerebbe rovinosamente.

ChiBo